9 febbraio 2005 – La pista italiana dell’«Oil for food» da Il Sole 24 ore


L’invito, scritto in inglese e firmato da Tarek Aziz, era stato spedito con due mesi di anticipo, a marzo del 1999. «Dear Mister Roberto Formigoni – recitava – l’aggressione anglo-americana contro l’Irak crea un problema per la Nazione Araba e per tutto il mondo… noi pensiamo che sia ora di condannare quest’aggressione e chiedere la fine dell’embargo… Su questa base La invitiamo alla conferenza che si terrà a Baghdad». La stessa lettera era stata inviata al parlamentare della sinistra laburista inglese George Galloway, al leader ultranazionalista russo Vladimir Zhirinovsky e a decine di altri politici e opinion-maker di tutto il mondo ai quali si offriva viaggio, vitto e alloggio a spese dal governo iracheno.
La conferenza si aprì l’1 maggio 1999 al Mansour Melia Hotel di Baghdad. Per l’occasione, gli iracheni avevano tappezzato l’albergo di striscioni, in inglese, che denunciavano «l’oppressione americana» e chiedevano la fine dell’embargo. La sala si cominciò a popolare a metà mattinata. Ovviamente a riempirsi subito furono le prime file, quelle davanti al palco dove si sarebbe sistemato Tarek Aziz. I posti migliori se li contesero i molti invitati provenienti dall’estero, un gruppetto di dirigenti iracheni e i pochi ambasciatori residenti a Baghdad. Il presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni preferì prendersela con calma, soffermandosi a conversare all’ingresso e lasciando che la sala si riempisse quasi completamente. Quando si affacciò Tarek Aziz era però lì pronto a salutarlo. Primo tra tutti gli invitati alla conferenza. Aziz lo prese sottobraccio e lo accompagnò fino a davanti al palco dove chiese a un suo sottoposto in divisa di alzarsi per far accomodare l’ospite italiano. Fu quindi dalla prima fila che, quando venne il suo turno, Formigoni si alzò per raggiungere il microfono sul palco ed esprimere pubblicamente il proprio sdegno per le «ingiuste sanzioni che uccidono i bambini».

Gli invitati a Baghdad. Non è certamente un caso se l’elenco degli invitati a quell’evento, stilato da Saddam Hussein assieme a Tarek Aziz, riporti molti degli stessi nomi di un altro elenco oggi in possesso della speciale commissione d’inchiesta creata da Kofi Annan per indagare sulla vicenda e diretta da Paul Volcker. L’elenco, rinvenuto negli archivi del ministero del Petrolio iracheno, contiene i nomi di decine di personalità straniere a cui, tra il 1997 e il 2003, il regime di Saddam ha dato in omaggio “buoni” per centinaia di milioni di barili di petrolio in cambio del loro supporto alla campagna per l’abolizione delle sanzioni imposte all’Irak dopo la Prima Guerra del Golfo.
In entrambi gli elenchi si legge il nome di Roberto Formigoni. Nel secondo elenco il presidente della Lombardia spicca in quanto maggiore beneficiario di petrolio tra tutti i politici occidentali, con 24 milioni di barili. Solo i russi possono vantarsi di aver fatto meglio di lui.
Che Formigoni fosse oggetto di un trattamento speciale per volontà dello stesso Saddam Hussein è attestato da alcune carte rinvenute negli archivi del ministero del Petrolio di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno ottenuto copia. In questi fogli le assegnazioni di Formigoni sono spesso registrate con la dicitura “Richieste speciali”, ma in due occasioni c’è una nota aggiunta a mano in cui si spiega che i quantitativi di petrolio concessi erano stati approvati dal presidente iracheno in persona.
Nelle stesse carte il nome di Formigoni appare ripetutamente inserito tra parentesi a fianco a quello della Cogep, società di Milano il cui nome completo è Costieri Genovesi Petroliferi. A ottobre dell’anno scorso, contattato dal Sole-24 Ore, il titolare della Cogep, Natalio Catanese, confermò di aver avuto contratti di petrolio dalla società petrolifera irachena Somo, ma negò che fossero in alcun modo collegati al presidente della Regione Lombardia. Questo diniego è stato ribadito anche adesso: «Confermo oggi quello che ho detto mesi fa» ha dichiarato Catanese.
Prima di partecipare al programma Oil for Food, la Cogep era una società che non trattava greggio. Tant’è che non aveva alcun trader alle sue dipendenze. Il suo core business veniva dai depositi che aveva a Genova e Alessandria e dalla movimentazione di piccoli volumi di gasolio. Insomma gestiva autobotti, non petroliere. Tra il 1994 e il 1997, i bilanci societari parlano di ricavi che oscillano tra i 30 e i 67 miliardi di vecchie lire. Tutto cambia nel 1998 quando, grazie ai contratti ottenuti in Irak, i ricavi balzano a 167 miliardi, per poi arrivare a 384 nel 1999 e stabilizzarsi tra i 185 e i 220 nei tre anni successivi. Dopodiché, con l’invasione americana del marzo 2003, finisce la pacchia e i ricavi tornano ai livelli di una volta: 47 miliardi. Ma come ha fatto una piccola azienda di prodotti petroliferi raffinati senza alcuna esperienza nel trading di greggio a diventare uno degli interlocutori privilegiati della società petrolifera di Stato irachena Somo? Gli investigatori dell’Onu hanno scoperto che la risposta sta nel nome del suo sponsor: Roberto Formigoni.
Nel gennaio scorso, il presidente della Regione Lombardia disse al Sole-24 Ore di «aver aiutato aziende italiane a fare affari con l’Irak nell’ambito del programma Oil for Food», negando di aver avuto a che fare con i contratti della Cogep. Contattato nuovamente, il presidente non ha voluto accettare l’invito di replica in questo articolo, limitandosi a rinviarci alla dichiarazione di un anno fa.

Il ruolo di Formigoni. Ma c’è un documento rinvenuto a Baghdad, di cui «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno copia, che lo smentisce. È un fax spedito alle 12,57 del pomeriggio dell’8 giugno 1998. L’intestazione dice «Da: Formigoni. A: Tarek Aziz». «Eccellenza – recita – in seguito al nostro incontro a Roma, del quale le sono grato, poiché so che Somo sta firmando i nuovi contratti, mi lasci ricordarle i nomi delle società petrolifere italiane che le ho segnalato: una è la Cogep e l’altra la Nrg Oil. Molte grazie per quello che sarà in grado di fare. Cordiali saluti, Roberto Formigoni». Sul fax si leggono due note scritte a mano in arabo con cui si trasmette il messaggio al ministro del Petrolio e al direttore esecutivo della Somo e si notano i timbri di accettazione dei loro uffici.
Né Catanese né Formigoni possono inoltre smentire di conoscere il personaggio-chiave di questa vicenda: un signore cinquantenne di nome Marco Mazarino De Petro. Ex onorevole democristiano, ex sindaco di Chiavari (fu costretto a dimettersi nel 1987 in seguito a uno scandalo su una faccenda di appalti pubblici), tra i primi iscritti a Comunione e Liberazione e al Movimento Popolare, De Petro è attualmente presidente della Avio Nord, minicompagnia aerea specializzata nel trasporto organi controllata dalla Regione Lombardia. Ma De Petro ha anche un’altra attività. Quando «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno chiamato il Pirellone, sede della Regione a Milano, chiedendo di lui, si sono sentiti rispondere che è reperibile al numero della segreteria della Presidenza, dove ha a disposizione un ufficio. Stessa cosa a Roma, a piazza del Gesù, nella sede distaccata della Regione Lombardia. Lì «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono stati indirizzati a Gianna Antonini, la segretaria factotum del presidente Formigoni che non esita a spiegare di lavorare con l’ex sindaco di Chiavari «da anni».
Raggiunto telefonicamente da «Il Sole-24 Ore» e dal «Financial Times», De Petro ha ammesso di aver avuto il mandato «da parte della Regione Lombardia di tenere i rapporti internazionali con vari Paesi, incluso l’Irak». Ha anche confermato di esser stato a Baghdad «molte volte per missioni umanitarie e per missioni con imprenditori italiani interessati ad avere rapporti con l’Irak».
Ma per sciogliere questa complessa matassa politico-economica è opportuno fare un salto indietro nel tempo, all’avvio operativo del programma Oil for Food, nel 1997. Pur avendo le seconde maggiori riserve petrolifere al mondo, l’Irak era stato chiuso alle esportazioni sin dai giorni dell’invasione del Kuwait, nel 1990. La riapertura di quel mercato faceva gola a tutti. Eni inclusa.
Nell’aprile di otto anni fa, la compagnia petrolifera italiana decise di invitare nel nostro Paese il ministro del Petrolio iracheno, il generale Amir Rashid. Il 22 aprile, un jet dell’Eni volò ad Amman per prendere il ministro e portarlo a Roma, dove venne sistemato in pompa magna nella suite 105-106 dell’Excelsior, l’albergo di via Veneto a fianco dell’ambasciata americana. Il generale Rashid era un ospite tanto prezioso quanto ambito, e a Roma venne ricevuto da ministri del Governo Prodi, membri del Parlamento e industriali. Lui aveva però una richiesta particolare: voleva portare i saluti di Tarek Aziz al presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Ovviamente fu accontentato. Il 25 aprile, alle 9,50 del mattino il jet dell’Eni atterrò all’Ata, lo scalo privato di Linate. Lì, nella saletta Vip ad attendere il ministro Rashid c’era Roberto Formigoni accompagnato da una giovane interprete. Alcuni mesi dopo quell’incontro, nell’autunno del 1997, Marco De Petro cominciò a contattare esperti del settore energetico per discutere della possibilità di piazzare contratti di greggio iracheno. Non era un campo che gli era familiare. Per settimane il consulente di Formigoni annaspò pressoché nel buio contattando persone inadatte, prima di approdare alla Cogep.
De Petro trovò un accordo con i Catanese e a metà gennaio 1998 partì per l’Irak con un esperto di trading di greggio appositamente assoldato dalla Cogep. Dopo due giorni di trattative, il 18 gennaio, arrivò il momento della firma del contratto con il direttore generale della Somo, Saddam Hassan, cugino del leader iracheno. Era domenica e De Petro si presentò come sempre vestito in blazer blu e pantaloni grigi – una sorta di divisa a cui non rinunciava mai. Lo aspettava un contratto lungo dieci pagine. Nella decima erano riportati prima il nome e i dati del venditore – la Somo – e poi quelli dell’acquirente – la Cogep. Sotto c’era lo spazio per le firme.
In rappresentanza del venditore firmò per primo Hassan. Poi fu la volta di De Petro, che pose la firma sotto la dicitura «For buyer» – per l’acquirente. Insomma, il primo contratto di acquisto da parte della Cogep di petrolio iracheno – e l’unico ad esser stato siglato a Baghdad (gli altri furono sempre inviati per fax) – non venne firmato da un funzionario della società milanese bensì dal consulente di Roberto Formigoni. Quando l’hanno vista, gli investigatori dell’Onu hanno immediatamente capito che quella firma costituiva una vera e propria svolta nelle indagini. Per la prima volta erano infatti in grado di documentare il legame tra una società petrolifera che aveva firmato un contratto con la Somo e un uomo politico incluso nella lista dei beneficiari dei “buoni” petroliferi stilata dal ministero iracheno.
Da parte sua De Petro non ha problemi ad ammettere di aver accompagnato personale della Cogep negli uffici della Somo, ma nega fermamente di aver mai firmato alcun contratto. «Non ho mai firmato contratti per la Cogep – dice – Non avevo alcun titolo per farlo». Titolo o non titolo, gli investigatori hanno appurato che gli iracheni lo associavano alla Cogep. Tant’è che svariati documenti successivi arrivarono indirizzati a lui. Un esempio è offerto dal fax spedito dal direttore della Somo Saddam Hassan il 13 giugno 1998. È la copia firmata del secondo contratto, indirizzata a «Cogep Srl, Milano, Italy, Attn Mister Marco».
Da parte sua, De Petro non sentiva però obblighi particolari nei confronti della società milanese ed era disposto a “diversificare”. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» hanno appurato che per questo entrò in contatto con l’ingegner Alberto Olivi, un ex trader petrolifero della Cameli diventato amministratore unico e proprietario della Nrg Oils, la società genovese segnalata da Formigoni nel suo telex a Tarek Aziz assieme alla Cogep. Documenti trovati negli archivi iracheni confermano che la società di Olivi aveva fatto affari con la Somo. «Ho avuto contratti nel 1996, nel 1999, nel 2001 e nel 2003» spiega a «Il Sole-24 Ore» e al «Financial Times» l’ingegner Olivi, che sostiene di non essere a conoscenza di alcun intervento a suo favore da parte di Roberto Formigoni. Olivi conferma però di aver discusso di petrolio con Marco De Petro: «(De Petro, ndr) poteva forse supportare l’aggiudicazione di contratti, ma non ci fu né il modo, né il tempo, né l’intenzione di approfondire la cosa… I nostri incontri, probabilmente a Baghdad, non hanno prodotto risultati ai fini delle attività della mia società».

Gli affari della Cogep. Il rapporto tra il duo Formigoni-De Petro e la Cogep continuò invece senza interruzioni per tutto il corso del programma Oil for Food. De Petro in particolare fu tutt’altro che distante o passivo. Al contrario, per tutti quegli anni ebbe incontri regolari con la Cogep per discutere su come ottimizzare gli sforzi di commercializzazione del greggio comprato.
Gli investigatori hanno scoperto che i primi incontri si tennero negli stessi uffici della Cogep, al primo piano del numero 45 di via San Vittore. Seduto attorno al bellissimo tavolo ovale inglese della sala riunioni, De Petro si trovò spesso a discutere di petrolio fino a sera inoltrata con due funzionari della Cogep, Natalio Catanese, suo figlio Andrea e suo fratello Saverio, proprietario tra l’altro della società di design Almax e membro della Compagnia delle Opere.
Delle decine di politici dei 52 Paesi che risultano aver avuto “buoni” di petrolio dall’Irak, Roberto Formigoni è l’unico ad aver ottenuto assegnazioni poi convertite in contratti eseguiti dal gennaio1998 fino alla vigilia dell’invasione anglo-americana. Senza mai un’interruzione. E il fatto che le sue assegnazioni siano continuate anche dopo il 2000 è ritenuto particolarmente significativo. Gli investigatori hanno infatti appurato che a partire dal 2000, su ordine di Saddam, la Somo offrì petrolio soltanto a chi era disposto a pagare una tangente del 10% al regime. Le compagnie petrolifere maggiori si rifiutarono di accettare quest’imposizione in aperta violazione delle risoluzioni dell’Onu ritirandosi dal mercato iracheno, ma la Cogep fu tra le società che si prestarono al gioco permettendo così a Saddam di creare fondi neri, riciclare denaro illecito e, tra le altre cose, acquistare armi.
Gli iracheni ovviamente non usarono mai la parola mazzetta (kickback, in inglese) bensì il termine più morbido di sovrattassa (surcharge). Ma la natura illegale di questi pagamenti era evidentemente chiara ai signori della Cogep, perché tutti i versamenti vennero fatti da uno speciale conto aperto presso la Ubs a Lugano, un conto diverso da quello della Paribas a Ginevra da cui venivano aperte le lettere di credito ufficiali per l’acquisto del petrolio iracheno. Gli investigatori hanno trovato tracce documentali di pagamenti fatti dalla Cogep su due conti segreti della Somo, il primo presso la Franzabank di Beirut e il secondo presso la National Jordan Bank di Amman. In totale, la società milanese ha pagato 943mila dollari in tangenti.
Se c’era il margine per pagare tangenti di questo calibro era perché la Cogep ebbe modo di fare profitti non indifferenti sui 24 milioni di barili acquistati in totale dalla Somo. Anche perché quei barili non li ha mai neppure toccati: li ha sempre rivenduti a qualcuno che li andava a caricare in Irak. Nel marzo del 1999, dal carico di una singola petroliera – la Krovinken – riuscì a guadagnare 270mila dollari.
Non ci sono prove che Formigoni e De Petro sapessero di queste tangenti, ma gli investigatori hanno appurato che non tutti i profitti sono rimasti nelle casse della Cogep. A dimostrarlo è il contenuto di un faldone verde che, almeno fino a qualche tempo fa, era conservato in via San Vittore. Per la precisione nella stanza di Andrea Catanese, alle spalle della sua scrivania, vicino alla finestra. Sul dorso, con pennarello indelebile blu, c’era scritto un nome: Candonly. Dentro c’erano le fatturazioni di questa società e le rimesse a essa pagate dalla Cogep.
A «Il Sole-24 Ore» e al «Financial Times» risulta che, ad eccezione del primo contratto, quello del gennaio 1998, in cui il pagamento fu in percentuale, per tutti gli altri contratti avuti dalla Somo la Candonly sia stata pagata una commissione di tre centesimi per ogni barile di petrolio acquisito dalla Somo.

Giri di prestanome. Ma chi c’è dietro Candonly Limited? La società è stata registrata a Dublino nel 1991 da Jesse Grant Hester, un prestanome di professione – una cosiddetta testa di legno – con sedi legali nelle Channel Islands e a Cipro. È stata poi chiusa il 12 novembre 1999, sei mesi dopo la costituzione di una consorella londinese dallo stesso nome. Amministratore e proprietario della Candonly inglese risulta essere Michael Patrick Dwen, ma in realtà è anch’egli un prestanome di professione con uffici nelle Channel Islands e a Cipro, e che soltanto in Gran Bretagna è nel consiglio di oltre 400 società diverse. Jesse Grant Hester appare con lui nei consigli di amministrazione di numerose società sparse per il mondo.
Gli investigatori hanno appurato che oltre a queste “teste di legno” c’è un altro signore associato alla Candonly: Marco Mazarino De Petro. «Il Sole-24 Ore» e il «Financial Times» sono inoltre in possesso di un documento scritto a mano dal consulente di Formigoni, con il suo nome a fianco a quello della Candonly Ltd.
De Petro nega invece di aver mai sentito nominare questa società o di aver mai avuto alcunché a che fare con essa.
«Quelle della Somo non erano certamente elargizioni a perdere» commenta una persona che frequentava Baghdad nel periodo in questione. «Se gli iracheni tenevano il conto preciso di quello che davano a ogni personalità straniera non era certo per caso. Era per poterlo riscuotere».
Agli investigatori dell’Onu risulta che ciò che più interessava agli iracheni era il sostegno internazionale alla battaglia di Saddam contro le sanzioni. E non c’è dubbio che su questo fronte Formigoni si sia dato molto da fare. Fu lui stesso a vantarsene in una lettera scritta nel 1996 a Tarek Aziz, in possesso de «Il Sole-24 Ore» e del «Financial Times». «Eccellenza – si legge – innanzitutto vorrei confermare con questa lettera la mia solidarietà nei confronti del popolo iracheno… Io ho dimostrato formalmente la mia solidarietà sia davanti al mio Governo che davanti all’opinione pubblica attraverso dichiarazioni e interviste. Credo di poter affermare di aver contribuito a riequilibrare la posizione del Governo italiano». Oltre a partecipare alla conferenza tenuta a Baghdad nel maggio 1999 e ad altre successive, Formigoni si impegnò in prima linea nella campagna a favore della fine dell’embargo. L’11 novembre 2000 fu per esempio lui alla testa della delegazione che partì dall’aeroporto di Linate a bordo di un volo umanitario. Era il primo volo ufficiale italiano su Baghdad dopo quello che nel 1991 era servito allo stesso Formigoni per riportare in patria i nostri connazionali tenuti in ostaggio come “scudi umani” da Saddam. A organizzare il viaggio del novembre 2000 fu la Regione Lombardia. «Questa missione – dichiarò il governatore in una conferenza stampa tenuta in una sala dell’aeroporto – è un segnale di solidarietà a un popolo che soffre, ed esprime la nostra volontà che le sanzioni contro l’Irak abbiano fine».
Nei mesi precedenti all’invasione anglo-americana del 2003, Formigoni si schierò apertamente contro la guerra. Nel febbraio 2003 non esitò a incontrare a pranzo lo stesso Tarek Aziz in occasione del suo viaggio dal Papa, vano tentativo in extremis di fermare la macchina da guerra americana. Nel suo piccolo anche De Petro si diede da fare: a novembre 2002 fu uno dei firmatari di una mozione al consiglio comunale di Genova che criticava l’ipotesi di un intervento militare americano.
Non c’è ovviamente nulla di eccepibile in queste iniziative, peraltro condivise da buona parte degli italiani. Gli investigatori dell’Onu stanno ora cercando di stabilire se la campagna pubblica, del tutto legittima, sia stata almeno in parte finanziata da pagamenti privati e non dichiarati.
Nell’aprile 2004 in una mozione presentata dall’opposizione nel consiglio della Giunta regionale fu chiesto al presidente Formigoni di rassicurare i cittadini lombardi di non aver fatto «opera di intermediazione petrolifera. Perché ogni opera di intermediazione politica porta con sé vantaggi economici». Il presidente Formigoni non ha mai risposto, ma a volergli ripetere la domanda sarà presto anche la commissione dell’Onu.

http://www.ilsole24ore.com/fc?cmd=art&codid=20.0.1004201936&chId=30

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