Le bricole e la laguna di plastica


Lo scontro – Scendono in campo gli imprenditori del legno: «Ingiustamente esclusi, i nostri pali possono sostitiuire quelli attuali» La guerra delle bricole divide Provincia e Comune. Venezia, Ca’ Farsetti: appalti e materiali regolari

Zaccariotto: «VOGLIONO FARE UNA LAGUNA DI PLASTICA» –  da Corriere.it  22/10/2009

foto di Paolo Agostini (da Flickr)

Le bricole, usate in laguna per indicare i canali (archivio)

VENEZIA — Da una parte il Ma­gistrato alle acque, che dice: «Il Co­mune ha già scelto il prodotto? Faccia quello che vuole, ricordo che sui nuovi materiali abbiamo una sperimentazione in corso». Dall’altra Insula, la società per la manutenzione urbana di Venezia marittima dello stesso Comune, che replica: «La scelta della tipolo­gia delle paline è stata effettuata dal Comune in conformità con gli orientamenti della Commissione tecnica per l’impiego di materiali alternativi nella laguna di Venezia, promossa dal Magistrato alle ac­que ». E infine il Comune di Vene­zia in prima persona, che parla per bocca del suo assessore ai lavori pubblici Mara Rumiz: «Soliti ingor­ghi veneziani, bisognerebbe chie­dere al Commissario per il moto ondoso perché sono state indivi­duate quelle paline. In ogni caso, le operazioni mi sembrano corret­te ». Offrendo così un assist invo­lontario al presidente della provin­cia di Venezia, Francesca Zaccariot­to, per caricare i toni: «La Repub­blica di Venezia comminava la pe­na capitale a chi piantava arbitra­riamente il laguna paline o brico­le: gli amministratori del Comune di Venezia, che oggi vogliono rim­piazzare i tradizionali pali in legno con manufatti industriali di plasti­ca riciclata, sono dunque fortunati a vivere nella nostra epoca… i visi­tatori avrano la percezione di una Venezia di plastica, non dissimile da quella ricostruita a Las Vegas».

   [segue]La vicenda è quella delle brico­le e delle paline da piantare nelle acque lagunari, non più in legno ma in materiale alternativo. Si par­la di un business globale da 50 mi­lioni di euro, di gare d’appalto e di imprenditori agitati per essere ri­masti a bocca asciutta. «L’utilizzo di questi nuovi mate­riali è dettato dall’esigenza di sosti­tuire i pali in legno che sono sog­getti a un rapido degrado con pro­dotti alternativi in grado di assicu­rare una maggiore stabilità», preci­sa Insula in una nota. Rumiz condi­vide, naturalmente: «Abbiamo centinaia di pali in legno che si consumano, e sono intere fore­ste… ». C’è però chi non condivide nep­pure questa impostazione di base. E’ il caso dell’udinese Alessandro Calcaterra, titolare dell’azienda Le­gno Nord, uno degli imprenditori che partecipa alla sperimentazio­ne in corso a Venezia: «Dal Baltico ai tropici, dai Caraibi al Friuli fino al Veneto che non sia laguna di Ve­nezia, ovunque si usano legni resi­stenti ai parassiti e non plastiche. Motivo? Sono naturali e costano il 30% in meno». Calcaterra sa di non avere speranze per gli ultimi appalti: «Certo, hanno previsto un capitolato che mi esclude matema­ticamente. Purtroppo a Venezia è sempre stato così: c’è una struttu­ra, un sistema di interessi conco­mitanti, impenetrabile e che si au­tomantiene per una ragione di equilibri interni».

Anche Pietro Pizzardi, impresa­rio di porti turistici in Italia e nel mondo (ha costruito in Cina, Spa­gna, Bulgaria, Grecia, Yemen) e co­noscitore delle foreste della Male­sia, dell’Indonesia e del Guyana, è sceso in campo: «Esiste un’alterna­tiva ai legni usati in laguna: sono altri legni più resistenti ai parassi­ti, come quelli del Guyana. La re­gione Friuli in questi anni ha già acquistato 10 mila pali e piano pia­no sta sostituendo i vecchi in ca­stagno con questi nostri. Volevo portarli anche a Venezia, con tan­to di prove fatte in collaborazione con il Cnr di Firenze. Pensavo di ottenere un grande successo. E in­vece andata malissimo». E raccon­ta la sua vicenda: «Parlai con un di­rigente dell’ufficio del Magistrato alle acque e mi disse che a Venezia e le sue lagune potevano essere ammessi solo materiali autoctoni e null’altro: ‘Né oggi, né mai’. Sa cosa ho fatto: alla faccia del Magi­strato sono riuscito a mettere del­le essenze esotiche anche a Vene­zia: legno Azobè intorno all’isola di Sant’Erasmo e pali provenienti dal Berbice (regione della Gu­yana) di fronte a piazza San Mar­co. Non ho mai detto che erano le­gni esotici. Son lì da 6-7 anni e ogni tanto vado a vedermeli: resi­stono alla grande, come quelli del Friuli che ho piantato nella laguna di Marano 15 anni fa. Dico io: se la natura già ci offre il prodotto natu­rale che fa al caso nostro, che co­sta meno di un palo in plastica e che cresce con il solo aiuto della pioggia, che senso ha usare un pro­dotto sintetico?».

I due imprenditori spingono sul legno. Contro la loro proposta si schierano le fabbriche della pla­stica, soprattutto per ragioni di in­teresse economico, e pure le istitu­zioni, per pretesi motivi di am­biente: bisogna preservare le fore­ste. Dottor Pizzardi, e le foreste? «In tutti i Paesi del mondo gli albe­ri che si tagliano vengono sostitui­ti, anche nei posti più sperduti. L’ecosostenibilità è un valore ovunque, anche fra gli indigeni della foresta tropicale. E poi si con­sideri che quando si toglie una pianta e se ne mette una nuova si ravviva e si ringiovanisce la fore­sta ». Gli imprenditori della plasti­ca e il Comune sono per una volta d’accordo: lasciamo perdere.

2 thoughts on “Le bricole e la laguna di plastica

    • Perdonami, l’avevo trovata tramite google e non sapevo chi fosse l’autore. Ti cito volentieri e complimenti. Amo la laguna e hai rappresentato magnificamente le sue sfumature di colore che sono ogni volta irripetibili. Rimedio subito inserendo un link sulla foto. Ciao
      Alberto

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