Giulietta GT


Si può restare indifferenti di fronte ad una macchina di buona famiglia (Alfa Romeo), che ha il nome dolce di una donna (Giulia), che esprime sportività (Gt) e gioventù (junior) e che rivela anche un basso impegno economico (1300) ?”

Con queste parole inizia l’articolo di Carlo Di Giusto dedicato alla Giulia Gt Junior 1300 sul numero del mensile Ruoteclassiche del giugno del 1996. Come non essere d’accordo ?!?

La storia della Alfa Romeo Giulia gt junior 1300 nasce nel 1966 per volere dei vertici Alfa Romeo, decisi ad attirare con un prezzo ed una cilindrata più abbordabile, nuovi giovani clienti verso le versioni sportive della Giulia. Segui al link a La storia della GT junior 1300- da Altervista

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IL CASO ALFA ROMEO. IRI tra conservazione e privatizzazioni di E. Caruso in Impresa Oggi

Quando il 29 aprile 1968, Aldo Moro pone la prima pietra dello stabilimento Alfa Sud a Pomigliano d’Arco, il commento di Gianni Agnelli, che interpreta quell’operazione come un atto di ostilità nei confronti della Fiat, è il seguente «Una pazzia … Un’operazione clientelare in grande stile, nient’altro». La storia confermerà la correttezza dei giudizi di Agnelli. Nel 1985, le perdite consolidate del gruppo Alfa Romeo sono pari a 1.685 miliardi e mettono in crisi la stessa controllante, la finanziaria dell’Iri, Finmeccanica, che, tra il 1979 ed il 1986, ha iniettato nell’Alfa Romeo ben 1.281 miliardi e, di questi, ben 615 nel biennio ’85-’86. Nel 1986, la Ford fa un’offerta per l’acquisto del gruppo automobilistico, ma il “partito” della Fiat riesce a contrastare l’operazione; il gruppo torinese offre 8.000 miliardi, tra prezzo d’acquisto, assunzione dei debiti e grossi investimenti per il rilancio. Il presidente di Finmeccanica, Franco Viezzoli, afferma che una comparazione tra l’offerta Ford e quella Fiat è difficilmente attuabile, cosicché la Fiat s’impossessa dell’Alfa Romeo. Nella realtà l’Iri si trova nell’impossibilità di usare l’arma della concorrenza tra due contendenti, e la Fiat, pagando 1.750 miliardi a rate (meno 700 miliardi di debiti finanziari che si accolla l’Iri), si impossessa dell’ultimo marchio automobilistico italiano non ancora nelle sue mani. Nel 1995, secondo il ministro dell’industria Clò, la Fiat deve ancora pagare 470 miliardi di quel debito; i grandi investimenti per il rilancio del marchio non ci sono mai stati e la storica fabbrica di Arese, è, praticamente, chiusa. Il passaggio della storica fabbrica dell’ing. Romeo dallo stato ai privati avrebbe dovuto segnare il rilancio di un marchio che negli anni sessanta e settanta era stato il sogno dei giovani di tutta europa, e non solo. Ma Fiat era una società privata solo di fatto, nella realtà, mantenuta perennemente sotto tutela dello stato e di Mediobanca, non sarà mai in grado di realizzare una politica industriale di ampio respiro. Il marchio Alfa Romeo, come quello altrettanto glorioso di Lancia, finirà per essere assorbito dal grigiore dei modelli Fiat e non verrà sfruttato come strumento di vantaggio competitivo e di rilancio di tutto il gruppo automobilistico.


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La vendita dell’Alfa Romeo sotto un punto di vista economico
dal blog ALFABOXER

Ecco una interessante panoramica su quanto è accaduto in quei giorni, nel libro:”I giorni dell’iri” di Massimo Pini, classe 1937, dirigente d’azienda; fra i più stretti collaboratori del segretario del Psi di Bettino Craxi.Tra il 92 ed il 93 è stato consigliere per le privatizzazioni del presidente del consiglio Giuliano Amato.Qui riporta la vendita da parte di Finmeccanica(Gruppo Iri) dell’Alfa Romeo alla Fiat.

“Era chiaro”, ricorderà, “che la ford aveva studiato bene la situazione in italia, voleva acquisire un marchio italiano, il marchio di una casa famosa, e su questo avrebbe costituito un intervento di gran disturbo per la Fiat. Entrò subito in azione il “partito della fiat”: Giuliano Amato, all’epoca sottosegretario alla presidenza del consiglio e deputato di Torino, attuava un lavorio discreto sul presidente Craxi; infine il 17 settembre 1986 Valerio Zanone, deputato liberale di Torino e ministro dell’industria, fece sapere alla stampa che sarebbe stato bene se vi fosse un’alternativa alla ford. (Quindi sembra che l’offerta Fiat sia stata ben accolta sia a sinistra come a destra). La fiat, che nel 1985 aveva definitivamente superato la grande crisi della fine degli anni settanta, con un utile nell’anno di 1682 miliardi prima delle imposte, presentò infine il 25 ottobre la sua proposta: 8000 miliardi complessivi, tra prezzo di acquisto, assunzione di debiti ed investimenti per il rilancio. Secondo il giornalista economico Alan Friedman, Romiti “recitò da maestro la scena dell’italiano patriota che, bandiera in pugno, si batte eroicamente contro l’invasione straniera”. L’offerta finale della fiat fu formalizzata il 1° novembre 1986: “dopo qualche giorno ci fecero sapere che la nostra offerta era risultata migliore e che, dunque, la fiat si era aggiudicata l’Alfa Romeo.Il governo Craxi approvò, ricorda Romiti. Il presidente della Finmeccanica, Franco Viezzoli, davanti al consiglio di amministrazione dell’Iri ammise che la comparazione tra le due offerte era difficilmente attuabile, ma che quella della Fiat aveva dei margini di certezza, circa i tempi di acquisto, che l’altra non possedeva. Poichè la Ford aveva chiesto alla Finmeccanica che la sua offerta non venisse resa pubblica in caso di sua esclusione, il consiglio dell’iri non fu informato: tutto passò sopra la sua testa, nonostante che l’istituto possedesse direttamente il 15% del gruppo Alfa Romeo. La decisione di vendere alla Fiat venne presa anche per garantire l’occupazione e gli investimenti: i marchi Alfa, lancia e Autobianchi sarebbero stati accorpati in una nuova società primo produttore europeo di vetture di qualità. La fiat garantiva il mantenimento della identità aziendale; avrebbe difeso le capacità tecniche e progetturali nonchè la struttura produttiva basata sui due stabilimenti di Arese al nord, e di Pomigliano al sud. Dieci anni dopo Rinaldo Gianola tira il bilancio di quella operazione: “per Gianni Agnelli era una provincia debole da annettere. E cosi è stato”.

La privatizzazione dell’Alfa Romeo, un modello certo non felice, ha rappresentato un passaggio decisivo nella riorganizzazione dell’industria dell’auto, conclusa con la concentrazione di tutti i concorrenti sotto l’ombrello della Fiat. A dieci anni di distanza rimangono le promesse non mantenute di Cesare Romiti. La Fiat avrebbe pagato 1750 miliardi a rate, meno 700 miliardi di debiti finanziari che si accollava (ad ottobre 1995 restavano da pagare ancora, come comunicava alla camera il ministro dell’industria Clò, circa 470 miliardi).

La finmeccanica aveva iniettato nell’Alfa Romeo tra il 1979 e il 1986 ben 1281 miliardi: di questi 615 nel 1985/1986, i quali sarebbero stati considerati dalla commissione europea come “aiuti di stato”. Dalla vendita dell’Alfa Romeo la finmeccanica non riportò alcun beneficio finanziario immediato, data la rateazione senza interessi dell’importo dal 1° gennaio 1989 fino al 1997. Unico vantaggio per la finmeccanica fu la fine della lunga sequela di perdite.

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.Addio all’Alfa Romeo Arese perde anche il design IlSole24Ore del 1/11/2009

Per la Fiat, che pensa in americano e con Chrysler si prepara a lanciare sul mercato Usa l’Alfa, Arese, lo storico quartier generale della casa del biscione, da tempo si era ridotto a un accampamento periferico da cui smontare le ultime tende al più presto possibile. […]

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“We are such stuff

As dreams are made on; and our little life

Is rounded with a sleep.”

William Shakespeare – The Tempest Act 4, scene 1, 148–158

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