A chi è affidato lo Sviluppo in Italia


Decreto Romani. Da Colpo grosso a Danno grosso. Ecco chi è il ministro anti-solare da http://www.dazebaonews.it/ del 12 Marzo 2011

ROMA – Paolo Romani, milanese, classe 1947, con un diploma di liceo classico alle spalle, si è preparato per la politica facendo l’editore di emittenti televisive locali. Dal 1990 al 1995 ha diretto Lombardia7. Prima del fallimento della rete, e della susseguente indagine per bancarotta preferenziale (conclusasi per lui con un obbligo di risarcimento, informa Wikipedia), Romani si è regalato un po’ di successo col programma: “Vizi privati e pubbliche virtù”. Conduceva la (il) transessuale Maurizia Paradiso.

Nel loro libro “Il mucchio selvaggio. La strabiliante, epica, inverosimile ma vera storia della televisione locale in Italia”, Giancarlo Dotto e Sandro Piccinini scrivono: “La Paradiso giocherà morbosetta con il pubblico maschile a casa, mentre delle pin-up si spogliano. Con la flessibilità che lo distingue, Romani tralascia il dibattito culturale e passa al puro svago per adulti, con implicazioni economiche interessanti, soprattutto per lui. «Ma la guardavano anche i bambini» esagera «avevo bandito qualunque volgarità.» Proibiti doppi sensi e parolacce inutili, partono tra un gioco e l’altro della Maurizia filmati osé, senza penetrazioni visibili, abbinati ai numeri proibiti, 144 e 166, coi quali Romani incassava tra i 60 e i 70 milioni al mese. Ritmi da 1500 telefonate a notte. Intere famiglie sul lastrico. Un successo clamoroso.”  […]

Negli Stati Uniti esiste il Dipartimento dell’Energia. In Italia un ministero equivalente non c’è. Il Segretario (cioè l’equivalente di un nostro Ministro) che presiede tale Dipartimento, e quindi colui che svolge il ruolo chiave nelle politiche del governo Obama in materia energetica, è tale Steven Chu. E’ un fisico. Insignito di un premio Nobel. In Italia, oggi, ancor più del Ministro dell’Ambiente (Stefania Prestigiacomo), a dettare le nuove regole in campo energetico ci pensa il Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani.

Da Chu a Cin Cin

Paolo Romani, il quasi ministro da Il Fatto quotidiano, 5 agosto 2010) di Gianni Barbacetto

Paolo Romani è uomo di televisione. Un pioniere: ha cominciato nel 1974 a lavorare nelle “tv libere”, impiantando, con Marco Taradash, TeleLivorno. Poi è stato al fianco di Nichi Grauso a Videolina, di Alberto Peruzzo a Rete A. Ha guidato la prima Telelombardia di Salvatore Ligresti. Infine si è messo in proprio, inventandosi Lombardia 7. La rete ottenne un certo successo. Non per il tg: il programma forte era “Vizi privati”, strip molto espliciti e molto caserecci presentati da un’ingovernabile Maurizia Paradiso. Con la scatenata Maurizia, dopo un lungo sodalizio, Romani finì per litigare e, dice la leggenda, il litigio degenerò in scontro fisico e molto doloroso. Era stato un giovane liberale. Ma nel 1994 Romani resta folgorato da Silvio Berlusconi e s’imbarca in Forza Italia. Sceglie la politica, anche perché gli affari non vanno più benissimo. Viene eletto deputato, vola a Roma e abbandona Lombardia 7 al suo destino.  Nel 1994 la vende, almeno formalmente: giusto in tempo per evitare l’onta del fallimento. Sì, perché i nuovi proprietari comprano la tv già piena di debiti e poi la lasciano naufragare. È un’allegra banda a cui non interessano per niente i programmi e i palinsesti. Hanno altri obiettivi: incamerare le frequenze, bene prezioso da rivendere in futuro; e fare giochi di prestigio con la pubblicità. Attraverso un giro di “cartiere” e di fatture false, infatti, fanno razzia di molti miliardi di lire (almeno 81 tra il 1997 e il 2001), messi al sicuro in Svizzera. Poi fanno sparire i documenti contabili e portano al fallimento prima Lombardia 7, che “salta” nel 1999 lasciando debiti per oltre 12 miliardi di lire, poi anche Rtv Produzioni di Padova, che s’inabissa nel luglio 2000. Risultato: intervengono tre procure della Repubblica, quella di Bergamo, quella di Monza, quella di Bologna.  Nel 2003, zitti zitti, tentano il colpo finale: vendere le frequenze alla Rai, che le vuole utilizzare per il digitale terrestre. Merito della legge Gasparri, che dà il via libera alla compravendita delle frequenze (come permettere ai posteggiatori di vendersi le piazze dei parcheggi). L’allora direttore generale della Rai, Flavio Cattaneo, incontra gli emissari del gruppo, che gli offrono le frequenze a prezzi d’amatore: 7,5 milioni di euro per quelle di TvSet e addirittura 24 milioni per quelle di Lombardia 7. È un giornalista che rovina la festa: Paolo Biondani sul Corriere della sera (“Nasce indagata la tv del futuro”) racconta che dietro TvSet c’è la banda già inseguita da tre procure d’Italia per bancarotta, associazione a delinquere, false fatture, riciclaggio, falso in bilancio. E Romani? Zitto. Formalmente non c’entra nulla. Ha venduto Lombardia 7 nel 1994. Ma della società che conta, Lombardia Pubblicità, resta legale rappresentante almeno fino al 1998 e azionista e proprietario del 5 per cento fino al 2003. Insomma: continua ad avere rapporti d’affari con la banda.  Nel mondo delle tv private c’è poi chi mette in dubbio che abbia venduto davvero, c’è chi sussurra di accordi sottobanco. Ma questi sono solo sospetti, maldicenze senza prove. Di sicuro c’è solo che Romani, per il fallimento di Lombardia 7, è stato a lungo indagato per bancarotta preferenziale: per aver cioè intascato i soldi di un’azienda in crisi, togliendoli di fatto ad altri creditori. Ha infatti sottratto a Lombardia 7, prima di volare a Roma, oltre 1 miliardo di lire: in assegni “monetizzati dallo stesso Romani”. Al termine delle indagini, il pubblico ministero ha però chiesto per lui l’archiviazione, ritenendo di non avere elementi sufficienti per ottenere una condanna in dibattimento. Il giudice per le indagini preliminari l’ha rifiutata, ordinando l’imputazione coatta. Il pm ha eseguito l’ordine. Infine un secondo gip ha definitivamente archiviato. Romani ha dovuto comunque pagare 400 mila euro come risarcimento al curatore fallimentare della sua (ex) tv. Con un curriculum così, anche Romani è pronto a entrare nel governo dei Cosentino, dei Brancher, degli Scajola. Ma può dirigere lo Sviluppo economico un uomo che in vita sua ha diretto una sola azienda, che poi è miseramente fallita? Per ora qualcosa o qualcuno lo ha impedito. Nei prossimi giorni sapremo come andrà a finire.

Alberto Statera per “Affari & Finanza” de “la Repubblica”  fonte Dagospia del 02-12-2008

E’ sottosegretario in carica allo Sviluppo Economico con delega alle Comunicazioni, ma non tutti sanno che è soprattutto assessore agli Affari di Famiglia (famiglia Berlusconi, of course). Si chiama Paolo Romani, si dichiara ex giornalista, fondatore di Telelivorno e di Telelombardia, e non ha remore nel confessare pubblicamente che ha accettato di fare l’assessore all’Urbanistica del Comune di Monza perché c’era “da risolvere un problema che è una spina nel fianco della famiglia Berlusconi”. Da bravo soldatino, si è applicato ed è riuscito ad imbastire un’operazione che ha già portato nelle tasche di Paolo Berlusconi, fratello del capo, 40 milioni, che stanno per salire a 90 o 100.  La “spina nel fianco” della famiglia presidenziale si chiama Cascinazza, un’area di 500 mila metri quadrati agricoli nel Comune di Monza che i Berlusconi comprarono nel 1980 dalla famiglia Ramazzotti, quella dell’amaro, per 7 miliardi di lire. Il progetto era di costruirci sopra una sessantina di palazzi residenziali, una specie di Milano4. Ma tra alterne vicende il progetto non decollò mai, nonostante l’affettuoso sostegno offerto negli ultimi anni dal presidente della Regione Lombardia Roberto Formigoni. Anche perché, situata tra il Lambro e il Lambretto, la Cascinazza ogni tanto va sott’acqua.

E’ vero che nel 2004 il Consiglio dei ministri approvò, in assenza del premier che si era correttamente ritirato nella sala accanto a sorbire il tè con Gianni Letta perché nessuno osasse sospettare conflitti d’interesse, la progettazione di un canale scolmatoio del costo di 168 milioni di euro. Ma la Cascinazza era diventata quasi un incubo per il premier, il cui fratello minore, come tutti sanno, non ne azzecca una. E poi perché costruire direttamente, se con gli opportuni interventi politici quei terreni si possono valorizzare clamorosamente?

Così, vinte le elezioni a Monza, Romani viene spedito a fare l’assessore comunale all’Urbanistica. Ruolo nel quale si fa onore, perché organizza la vendita della Cascinazza alla Brioschi dei Cabassi, che pagano a Paolo Berlusconi 40 milioni, ma sottoscrivono una clausola che prevede una “integrazione” del prezzo al doppio o forse al triplo, nel caso di “valorizzazione” di quei terreni. L’assessore, diventato nel frattempo sottosegretario nel IV governo Berlusconi, si mette perciò di buzzo buono e presenta nei giorni scorsi una variante generale al PGT, il Piano di Governo del Territorio per valorizzare quell’appezzamento fin qui di assoluta inedificabilità. Quale migliore occasione dell’Expò del 2015?

La variante Romani prevede infatti un “primo utilizzo” dell’area per l’Expò e poi un “riutilizzo dell’edificato con le seguenti destinazioni: direzionale, produttivo, residenza, edilizia residenziale convenzionata, artigianale espositivo, commerciale, intrattenimento, centro ricreativo bambini e ragazzi, centro anziani, centro per l’innovazione tecnologica nell’impresa, spazio espositivo per mostre continue, teatro, Spa e centro di medicina estetica, asilo nido, scuola materna, campo sportivo, sedi di Protezione Civile, Croce Rossa, Carabinieri, Banca d’Italia”. E chi più ne ha ne metta. Il sottosegretario-assessore è un tipo immaginifico e aggiunge che lui vede svettare tra il Lambro e il Lambretto cinque magnifici grattacieli, una pista di sci coperta, perché non tutti possono andare in montagna a sciare, e una monorotaia che corre sul Canale Villoresi.

Così, varata la variante, i Cabassi dovranno pagare a Paolo Berlusconi un altro pacco di milioni. E l’assessore agli Affari Familiari, a operazione compiuta, potrà dimettersi a Monza e andare a Roma a curare per il capo, dalla sua poltrona di sottosegretario alle Comunicazioni, il licenziamento di tutti quei comunisti nerovestiti (lodo Dell’Utri) che infestano la Rai.

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