Quegli applausi, la delocalizzazione e l’articolo 18


Quasi un anno fa. Meglio ricordare per capire di cosa parlano oggi.

Emma Marcegaglia al termine dell’assise di Confindustria: ”Harald Espenhahn è stato molto applaudito, la sentenza di condanna a 16 anni un unicum in Europa che può allontanare gli investimenti”.

ThyssenKrupp, gli applausi di Confindustria a Espenhahn non sono piaciuti a nessuno da Blizquotidiano.it del 9 maggio 2011

[…] Andiamo a rileggerci la sentenza: l’amministratore delegato, Harald Espenhahn, è stato condannato a sedici anni e sei mesi di carcere per omicidio volontario ”con dolo eventuale”: “Ha accettato – secondo i giudici – il rischio di provocare un terribile incidente perché, sapendo che lo stabilimento di Torino avrebbe chiuso nel giro di pochi mesi, ha deciso di rinviare l’adozione di alcuni provvedimenti sulla linea 5, quella che poi andò a fuoco”. Un incendio che all’inizio sembrava piccino, controllabile, uno dei tanti focherelli che si accendono quando si lavora l’acciaio. Poi, però, ci fu un’ esplosione e un’onda anomala di fiamme (la testimonianza è dell’unico sopravvissuto, Antonio Boccuzzi) ghermì le sette vittime. L’inchiesta accertò lo ”stato di abbandono” in cui versava lo stabilimento: estintori scarichi o malfunzionanti, personale ridotto all’osso, almeno 114 violazioni delle norme sulla sicurezza. Per gli altri dirigenti, accusati solo di omicidio colposo (con ”colpa cosciente”), le pene sono solo leggermente più basse: 13 anni e mezzo per Gerald Priegnitz, Raffaele Salerno, Marco Pucci e Cosimo Cafueri, 10 anni e 10 mesi per Daniele Moroni.

Il sopravvissuto della Thyssen: “Applausi un tuffo al cuore” da Skytg24 –  09 maggio, 2011

Così l’ex operaio Antonio Boccuzzi commenta il battimani degli industriali a Herald Espenhahn, l’amministratore delegato dell’azienda tedesca condannato a 16 anni e sei mesi per omicidio volontario. Luigi Abete invece difende Emma Marcegaglia.

“Io sono un numero senza futuro: i cinesi (senza volerlo) mi hanno tolto il lavoro” di Fabio Savelli dal Corriere.it – 25 febbraio 2012

Rassegnazione, incredulità, malinconia. “Per carità non è colpa di nessuno – dice subito Angela per placare l’affannosa ricerca di responsabilità – ma la verità è che ho solo 41 anni e anche mio marito è in cassa integrazione a zero ore. Con due figli adolescenti la sensazione è che dobbiamo ripensare tutto il nostro modo di vivere”.

La Natuzzi, cinque stabilimenti in Italia nel distretto del mobile della Murgia, ha ripensato negli anni il modello di business privilegiando gli stabilimenti esteri (di cui uno in Cina con oltre 4mila operai) per un costo del lavoro più basso e una maggiore vicinanza ai mercati di sbocco. […]

“Qui nella Murgia è pieno di piccole e medie imprese dell’arredo che per restare sul mercato hanno puntato sul lavoro in nero. Prima vivevano grazie alle forniture richieste dalla Natuzzi, poi sono scesi sensibilmente i volumi e c’è stata una corsa al ribasso dei diritti sindacali. Il contratto in regola è ormai un’eccezione e non ci sono alternative se vuoi continuare a mangiare”.

Senza contare la competizione degli operai in Cina: “Non è colpa loro – si affretta a dire Angela – ma è ovvio che il problema è culturale, perché ignorano le nostre forme di protezione sociale. Quello che più mi spaventa non è la mia condizione attuale, quanto quella dei miei figli: non hanno alternative se non quella di andare via da qui”.

Delocalizzazione, la mappa delle aziende emigrate oltreconfine da Il Fatto del 25/02/2012

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