Fair play


Di Canio wins Fair Play award – BBC dicembre 2001

Unfair play

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La tribù del calcio secondo Desmond Morris da Totem e tribù del calcio in Psicolinea.it

[…] Qualche anno fa l’antropologo inglese Desmond Morris pubblicò un libro, “La tribù del calcio” nel quale metteva a confronto i comportamenti, i riti, le mitologie del football con quelle tribali. Secondo Morris ogni football club è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale, dove ci sono gli anziani, gli stregoni, gli eroi: entrando nei loro domini ci si sente come esploratori del passato, per la prima volta a contatto con una vera e propria cultura primitiva.

Secondo Morris, gli esseri umani nel lungo cammino dell’evoluzione, si sono trasformati da ‘cacciatori’ a ‘calciatori’, passando attraverso sport sempre meno sanguinari. Il calcio avrebbe dunque sostituito, a livello rituale, altri spettacoli di natura più drammatica, in cui il gioco consisteva nel sacrificio di un animale o di un gladiatore. Non cambia però, per l’Autore, il significato di caccia rituale, in cui l’arma è la palla e la preda è la porta.

In questo contesto, la folla della Curva non deve essere vista come un branco disorganizzato, ma come un gruppo ben strutturato, i cui membri si riconoscono fra loro attraverso la comunicazione simbolica espressa dai loro abiti, dai loro striscioni e dalle loro bandiere.

I tipici boati da stadio, canti collettivi di incitamento o di scherno, rappresentano secondo Morris una sorta di catarsi collettiva, un canto di liberazione e di appagamento, capace di portarsi via tutti gli affanni quotidiani e le tensioni di tutta la settimana, nella rappresentazione di questo rito collettivo. Lo stadio diventa allora il palcoscenico di questi tifosi ultrà, che riescono in questo luogo a dare espressione alle loro frustrazioni, sfuggendo alla noia del quotidiano e vivendo per qualche ora fuori dai limiti e dagli schemi.

I tifosi violenti non si confrontano con un gruppo di tifosi avversari, ma con dei veri e propri “nemici” e da questi nemici si difendono con l’attacco o con la fuga. Le violenze sono facilitate dal fatto che i tifosi si sentono anonimi a livello individuale e quindi si sentono deresponsabilizzati: l’identità del singolo viene infatti a coincidere con quella del gruppo, che protegge e giustifica ogni azione perpetrata contro il “nemico”.

Gli striscioni provocatori, spesso di contenuto razzista, di cui poi i programmi televisivi e la stampa specializzata parleranno per settimane, sono la loro icona, diventano un simbolo, un totem sotto il quale cercare protezione e rassicurazione. […]

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