U N E S C O, il dialetto, l’inglese, i “venezianismi” e la mona


Il veneto è una lingua non un dialetto da La Voce del NordEst di Viviana Fontanari  13/02/2011

Venezia – A Venezia convegno internazionale su dialetto e lingua nazionale. Stival: “per noi il veneto è una lingua, ma è giusto dare uguali dignità e rispetto anche all’italiano”. Nell’inglese del ‘600 molte parole venete.

Si è tenuta nelle Sale Monumentali della Biblioteca Marciana di Venezia, alla presenza dell’assessore all’identità veneta Daniele Stival, la seconda giornata del convegno internazionale dal titolo “Il veneto: tradizione, tutela, continuità”, dedicato al tema della diffusione e salvaguardia del dialetto ed al suo rapporto con la lingua nazionale, organizzato dalla Regione del Veneto e dalla Commissione Nazionale dell’Unesco.

“Non è un mistero – ha detto Stival – che per noi e per la gente veneta il dialetto è una lingua, ma non solo: è una parte fondamentale del nostro vivere quotidiano, della nostra storia e delle nostre tradizioni, motivo per il quale, dopo questo elevato momento di confronto tra i massimi esperti mondiali per il quale ringrazio l’Unesco, è nostra ferma intenzione proseguire in un percorso sia culturale che amministrativo per le legittimazione della nostra lingua. Dagli illustri interventi – ha aggiunto Stival – è emerso un chiaro confronto tra chi è per un autonomismo spinto anche in materia di lingua e chi no. Noi siamo per la prima tesi – ha proseguito – che è poi quella che caratterizza il comune sentire della nostra gente, ma è anche possibile trovare un equilibrio attraverso il quale dare uguale dignità al centralismo dell’italiano ed all’autonomismo dei dialetti o lingue locali, come io preferisco chiamarle”.

La giornata di lavori di oggi si è particolarmente incentrata sull’influsso avuto dal “veneto” e dal “veneziano” sulla cultura linguistica anglosassone e specificatamente inglese. Da un’interessante relazione del professor Ronnie Ferguson, dell’Università di St. Andrews in Scozia, è emerso che nell’inglese gli “italianismi” sono ben distinti dai “venezianismi”, e molti di questi si ritrovano nelle opere letterarie o teatrali di molti autori inglesi. Ad esempio, nel Queen Anna’s New World of Words di John Florio del 1611; nel Coryate’s Crudities di Tomas Coryate (1611) e nel “Volpone”, commedia di Ben Jonson del 1607, compaiono numerosi vocaboli chiaramente veneziani, a volte “inglesizzati”, a volte lasciati nella loro versione “veneta”.

Così in queste opere si trovano parole come “Artichoke” (l’articiòco veneto, anziché il toscano carciofo); “gazette” (dal nome dell’antica moneta veneziana da cui nacque anche “gazeta” in senso di giornale); e ancora, “putèa”, “scoasse”, “altana”, “pantegana”, “fontego”.

“Un fatto – ha sottolineato Ferguson – sicuramente legato al prestigio della cultura veneta e veneziana nell’Inghilterra di quel tempo”. “Un prestigio – ha concluso Stival – che è ancora vivo e che il Veneto lavorerà per mantenere alto ed immutato, in Veneto ed in Italia, come all’estero”.

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Una dotta dissertazione del professor Sir Oliver Skardy su alcuni inglesismi: (veramente sarebbe bidello, ma dice sempre la sua)

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Convegno: Il veneto: tradizione, tutela, continuità    11- 12 febbraio 2011 Venezia,

Biblioteca Nazionale Marciana Sale Monumentali

Dal diverso si impara, col diverso ci si confronta, al diverso si mostra. Nelle sue mille sfaccettature, la diversità è da sempre una straordinaria leva per la crescita culturale e, di rimbalzo, per lo sviluppo socio-economico di popoli e nazioni“, ricorda Giovanni Puglisi, Presidente della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO.

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