Pinin Farina


Pininfarina, l’incontro con Ferrari che cambiò la storia dell’autoLa Stampa.it del 4/7/2012

Sergio Pininfarina aveva 25 anni quando nel maggio del 1951 fece un viaggio con il padre fino a Tortona per pranzare in una vecchia trattoria con Enzo Ferrari.

Era il primo incontro tra i due giganti della storia dell’automobile: erano già così consapevoli e orgogliosi di esserlo che nessuno dei due aveva voluto fare il primo passo per avvicinare l’altro. Fu Sergio a lavorare di nascosto, con l’aiuto di un amico pilota, perché il colloquio avvenisse. A metà strada tra Modena e Torino, come se si trattasse di un accordo diplomatico tra due superpotenze, nel quale ha sempre un significato anche il luogo neutrale della firma.

Enzo Ferrari amava ripetere che l’auto più bella è quella che vince, ma era solo una facile battuta per i titoli dei giornali. In realtà ne voleva una che fosse vestita «come una donna affascinante e famosa da un couturier di classe mondiale». E Pininfarina, per quel genere di vestiti, era il sarto migliore. Si intesero subito, perché parlavano lo stesso linguaggio da officina: uno descriveva telaio e motore, l’altro capiva tutto e già immaginava il corpo che poteva contenerli. Tornando a casa sulla Lancia Aurelia B20 che avevano scelto per il viaggio, Pinin disse al figlio: «Bene, abbiamo un nuovo cliente e sarà una esperienza molto stimolante. Voglio che della Ferrari te ne occupi tu». Sergio Pininfarina ha ricordato quel momento per tutta la vita. Si era appena laureato al Politecnico e quella decisione valeva come una seconda laurea, un riconoscimento tanto più prezioso perché veniva «da un maestro che voleva ottenere il massimo dai suoi e più amava qualcuno e più era severo».

A Ferrari, nei primi tempi, non piacque che fosse un ragazzo a occuparsi dei rapporti tra le due aziende, ma presto Sergio si era dimostrato all’altezza del compito, che comprendeva anche lo smussare le asperità dei caratteri del padre e del nuovo prestigioso committente. Raramente, in campo automobilistico, una collaborazione è stata così fruttuosa e duratura, e il merito è stato in gran parte suo. Le prime Ferrari-Pininfarina degli Anni 50 hanno liberato l’automobile dalle caratteristiche monumentali e decorative che ancora si portava dietro, aprendo finalmente una nuova stagione del design. Quelle che sono seguite rappresentano ancora la più riuscita fusione tra la tecnologia e la forma che la esprime.

Quando nel 1959 decise di ritirarsi, e di farlo brutalmente sul serio, partendo per un viaggio di sei mesi intorno al mondo, Pinin sapeva di lasciare l’azienda in buone mani. Il figlio Sergio era un po’ come lui: rispettoso della tradizione e fortemente tentato dall’innovazione. Ma Pinin disegnava uno schizzo su un foglio, lasciava che altri lo completassero e poi scolpiva il modello di argilla per dargli la forma finale. Sergio aveva capito che per andare avanti bisognava cambiare: progettare e costruire nuovi stabilimenti, usare i computer in un centro di calcolo e disegno automatico, realizzare la prima galleria del vento italiana, creare un centro studi, andare in Borsa, diversificare estendendo le attività dell’azienda al design industriale.

Quello che prima era frutto del genio di un solo uomo, sotto la guida di Sergio Pininfarina è diventato un eccellente esempio di lavoro collettivo, ispirato a uno stile sempre nuovo e pur sempre riconoscibile, come si riconosce lo stile di un pittore o di un grande creatore di moda. Il suo più grande merito è stato proprio quello di respingere sempre i tentativi di modificare il codice genetico del marchio, quel misto di equilibrio estetico ed elegante sobrietà che durano nel tempo e rendono tutti i modelli Pininfarina così longevi e resistenti al passare dei gusti e delle mode.

La Cisitalia che disegnò suo padre è esposta al MoMa di New York, ma al suo fianco non sfigurerebbero la Dino Berlinetta Speciale, le Ferrari Berlinetta Boxer, Enzo e Testarossa, le Fiat 124 spider e alcune delle Alfa Romeo che Sergio Pininfarina ha battezzato in mezzo secolo alla guida dell’azienda. Quando accompagnava qualcuno a visitare il museo di Cambiano, guardava sempre quelle sue creature con emozione e con l’orgoglio di essere riuscito, con il suo lavoro, a rappresentare nel mondo lo stile e il gusto dell’Italia.

Negli ultimi anni, quando ancora abitava nella tenuta dei Roveri, lo si vedeva passeggiare con la moglie Giorgia lungo i sentieri alberati del Golf Torino, di cui era stato presidente, le mani incrociate dietro la schiena, la testa china assorta nei pensieri, nelle malinconie e nei ricordi della straordinaria vita che ha vissuto.

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