Wall Street Sales Taxes e la Tobin Tax all’italiana


Altrove chiamano Robin Hood Tax l’imposizione sulle transazioni finanziarie.

L’idea di Occupy è combattere la speculazione, ma la sua applicazione non globale come concepita in Europa e in Italia applicata potrebbe finire per favorirla. 

Wall St. Sales Tax (Part I) from Wallst Salestax on Vimeo.

Tax Wall Street – An Educational Blog on the Financial Transactions Tax or Robin Hood Tax

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La tassa sulle transazioni finanziarie lanciata nel 1972 dal premio Nobel James Tobin

Con il termine Tobin Tax viene indicata la tassa lanciata nel 1972 dal premio Nobel James Tobin, che fu tra i primi ad avanzare l’idea di un prelievo  sulle transazioni finanziarie. […] Anche l’Italia, con il governo tecnico di Mario Monti, ha mostrato un’inversione di opinione sulla Tobin Tax, come mezzo per ridurre le imposte sulle famiglie. Non si tratta di un caso visto che Monti durante l’anno trascorso all’Università di Yale (Stati Uniti) ha avuto come professore lo stesso James Tobin.

Un po’ di storia. Come già anticipato il termine “Tobin Tax” è dovuto all’economista americano James Tobin che è stato il primo a lanciare l’idea della tassa. Tuttavia lo stesso Tobin, in un’intervista rilasciata al Der Spiegel il 2 settembre 2001, spiegava che già John Maynard Keynes nella sua opera  Teoria generale dell’occupazione, dell’interesse e della moneta avanzava l’idea di un’imposta sul profitto con l’obiettivo di legare durevolmente gli investitori alle loro azioni di borsa.
Tobin rilanciò nelle “Janeway Lectures” a Princeton l’idea di Keynes in una nuova veste, sotto forma di un’imposta volta a colpire in lieve misura (con un’aliquota compresa tra lo 0,5% e l’1%) le transazioni sui mercati valutari con l’obiettivo di stabilizzarli e penalizzare le speculazioni a breve termine. Correva l’anno 1972, poco dopo la firma da parte del Gruppo dei Dieci dello Smithsonian Agreement, che mise fine agli accordi di Bretton Woods. Accantonata per un lungo periodo di tempo, l’idea di una tassa sulle transazioni finanziarie, venne rispolverata negli anni novanta con la nascita dell’associazione Attac, l’Associazione per la Tassazione delle Transazioni finanziarie e per l’Aiuto ai Cittadini, presente in circa 55 Paesi del mondo. L’idea di un’associazione per l’introduzione della Tobin tax, il cui gettito fosse poi utilizzato per finanziare progetti sociali, venne lanciata nel dicembre 1997 da Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique in un editoriale intitolato “Disarmare i mercati”. Tuttavia più volte lo stesso Tobin si è trovato a prendere le distanze dal movimento in quanto sostenitore del libero mercato e delle più importanti istituzioni internazionali come la Banca Mondiale, il WTO, e il Fondo Monetario Internazionale, ampiamente criticate in primis dall’organizzazione Attac e successivamente dal movimento di Seattle.

La Tobin Tax spiegata da James Tobin. In un articolo apparso sul Der Spiegel il 2 settembre 2001, dal titolo “Abusano del mio nome”, Tobin spiegava come l’imposta sugli scambi internazionali da lui proposta dovesse servire per diminuire le fluttuazioni dei tassi di cambio, prelevando una piccola aliquota (mezzo punto percentuale) ad ogni cambio da una valuta ad un’altra, e scoraggiando la speculazione. Tobin era meno interessato alla destinazione dei proventi della tassa (lui proponeva di conferire il ricavato alla Banca Mondiale) in quanto tali ricavi rappresentavano solamente un sottoprodotto sulla cui destinazione dovevano poi decidere i vari governi.
Alla base della decisione iniziale di sviluppare l’idea della Tobin-tax invece l’obiettivo originario keynesiano di legare più durevolmente gli investitori alle loro azioni di borsa e rallentare la speculazione, in un momento storico che vedeva anche le prime operazioni con la moneta elettronica. Si tratta di due istanze che nel mondo odierno, in cui le operazioni di investimento vengono effettuate telematicamente, non hanno perso la loro forza iniziale.
Le più recenti crisi finanziarie hanno inasprito inoltre le posizioni critiche al sistema finanziario, non solo da parte dei neonati movimenti dei cittadini come “Occupy Wall Street” ma anche da parte delle principali istituzioni e governi con posizioni a volte inaspettate.

Un ostacolo Sebbene si tratti di una tassa da sempre osteggiata sulla scena finanziaria internazionale alcuni tentativi di applicarla sono stati intrapresi nel corso degli anni. La Svezia a metà degli anni ottanta aveva introdotto un’aliquota per gli acquisti di titoli azionari, ma la tassa venne abolita nei primi anni novanta a seguito della fuga di capitali successivamente al suo inasprimento. La tassa era rimasta bloccata al Senato in Francia nel 2001, mentre il Belgio nel 2004 aveva votato per l’entrata automatica in vigore dell’imposta in caso di un’adozione della stessa a livello globale. Quest’ultimo fattore rimane, come più volte ribadito da Tobin, il principale ostacolo alla sua introduzione. Sebbene l’Ue l’abbia riproposta più recentemente restano le forti opposizioni di Usa, Inghilterra e Olanda nonché di Cina e Giappone. Lo stesso ex ministro delle finanze italiano, Giulio Tremonti, aveva aperto all’ipotesi di una tassa sulle transazioni finanziarie, ma solo a patto di accordi internazionali volti a regolare la materia.

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[…] La tassa è molto criticata da chi paventa che finisca con l’incentivare la delocalizzazione delle attività finanziarie, aggravando la “fuga” degli investitori internazionali dall’Eurozona, ma è anche molto popolare politicamente per il suo innegabile contenuto etico e simbolico. E proprio a considerazioni di carattere politico interno sembra corrispondere, fra l’altro, il cambiamento di posizione del Governo italiano, inizialmente contrario alla “cooperazione rafforzata”. […]

La “Tobin” resta comunque una tassa di difficile applicazione, se non a livello globale. Nel caso fosse applicata da un singolo Paese o da pochi Paesi con aliquote differenti, ci sarebbe il serio rischio di alimentare la speculazione, anziché scoraggiarla. Gli investitori preferirebbero operare in Paesi detassati o potrebbero effettuare arbitraggi finanziari giocando tra le differenti aliquote. […]

«Si è stimato – si legge nella Relazione Tecnica del disegno di legge stabilità – un coefficiente di riduzione del 30% per ciò che riguarda le compravendite azionarie e, in misura più marcata, dell’80% per i prodotti derivati».

L’applicazione dell’imposta di bollo pari allo 0,05% sul valore degli strumenti finanziari che passano di mano colpirà duramente i mercati finanziari, riducendo di circa un terzo quello azionario e di quattro quinti quello dei derivati. A farne le spese high-frequency trader, gli istituzionali che investono nei mercati azionari (fondi comuni, fondi pensione, fondazioni, casse previdenziali) e le tesorerie delle imprese che utilizzano ad esempio i derivati non a fini speculativi ma a copertura di tassi o valute. E tutti i soggetti utilizzatori dei loro servizi finanziari, fino al piccolo risparmiatore.

[…] L’effetto a valanga è dovuto al fatto che l’imposta grava sul valore nozionale o nominale transato del derivato, che è uno strumento a leva, che di per sé moltiplica il valore dell’investimento. Basta mezzo basis point a inibire l’agilità del sottoscrittore a sottoscrivere contratti swap con controparti. Le società di intermediazione mobiliare sono in grande fibrillazione in questi giorni, per timore di pesanti ripercussioni occupazionali sul settore. Ma ricadute ci potranno essere anche per i consumatori: sia in veste di aziende, che usano i derivati per coprirsi dal rischio valutario, per esempio (vedi articolo in pagina), sia come risparmiatori che ad esempio intendono sottoscrivere un mutuo con copertura dal rischio tasso e potrebbe trovare condizioni peggiorative. Per non parlare del rischio sistemico prodotto dalla ridotta liquidità sul mercato finanziario che allarga la forchetta tra domande e offerta, con aumento del rischio operativo. E degli effetti prodotti dal disallineamento di questa norma con quella di altri paesi europei, come sottolineato su Il Sole 24 Ore di venerdì scorso.

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AGGIORNAMENTO:
Bene la Tobin Tax, ma attenti ai rischi – La Stampa del 23/10/2012  (044-1M782R.pdf)

[…] Il testo passerà al Consiglio Ecofin del 12 novembre, dove cerca una maggioranza qualificata. Gli inglesi daranno il loro appoggio a patto che la cosa non li riguardi. […]

Sono fini umoristi questi inglesi, è noto…

Quell’inganno della Tobin Tax di S.Micossi su Affari e Finanza Repubblica.it del 12/11/2012

[…] La ciliegina sulla torta nel caso italiano è nella relazione al provvedimento: lì si vede che i proventi attesi dall’imposta, il famoso miliardo, derivano in gran parte dall’applicazione di quell’aliquota punitiva ai derivati; ma si vede anche che il Tesoro si attende, a seguito dell’imposta, un calo delle transazioni in azioni del 30% e in derivati dell’80. Un colpo mortale alla piazza finanziaria milanese che già non naviga in buonissime acque. Né si capisce su quale base la Ragioneria dello Stato possa argomentare che un 20% di transazioni non muoverebbe altrove: un 20% di polli? Il risultato più probabile è che il mercato italiano dei derivati over the counter scompaia e che i proventi dell’imposta di conseguenza siano pari a zero. […]

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