Il genocidio infinito


Il genocidio infinito – Il Foglio 3/01/2015

Nel 1915 cominciò il massacro degli armeni di Turchia. Il centenario di una ferita ancora aperta. Questo articolo è uscito nel Foglio del 3 gennaio 2015

Il prossimo 23 aprile, la chiesa armeno-ortodossa proclamerà un milione e mezzo di nuovi santi. Lo ha annunciato pochi giorni fa, con una lettera enciclica, il patriarca Karekine II, che ha così aperto ufficialmente le celebrazioni per i cento anni dal “Metz Yeghérn”, il Grande Male, termine con il quale è ricordata la strage degli armeni in Turchia avvenuta negli anni del primo conflitto mondiale. I nuovi santi – santi e martiri, ai quali sarà dedicata una Giornata della memoria il 24 aprile – sono tutti coloro che trovarono la morte in quell’immane operazione di pulizia etnico-religiosa che avrebbe ispirato all’avvocato russo-polacco Raphael Lemkin il termine inedito di “genocidio”. Lemkin, ebreo fuggito in Svezia nel 1939 dopo l’invasione nazista della Polonia, lo coniò proprio per descrivere lo sterminio degli armeni, alla ricostruzione del quale si era a lungo dedicato. Non poteva sapere che quella triste parola sarebbe stata poi per sempre associata al destino di sei milioni di ebrei nell’Europa del Novecento.R600x__Armeni

“Il centenario del Genocidio degli armeni è davanti a noi, e le nostre anime risuonano di una potente richiesta di verità e giustizia che non sarà messa a tacere”, scrive il patriarca Karekine II (la traduzione integrale della sua lettera è sul sito Asianews). Il riferimento è all’attuale governo turco che, in linea con tutti quelli che lo hanno preceduto, non accetta di riconoscere né l’entità né la premeditazione del Grande Male. Di conseguenza, non ha mai accettato e non accetta di chiamarlo “genocidio” e nemmeno “strage” degli armeni. Eppure, è difficile negare che almeno su una cosa – la volontà di far fuori la componente armena in Turchia, circa due milioni di persone – ci fu piena continuità e sintonia tra il morente impero ottomano, il movimento dei Giovani Turchi e la nuova nazione laica e modernizzante di Kemal Atatürk, da cui ha origine la Turchia contemporanea. Cristiani in terra musulmana, in genere istruiti, donne comprese, intraprendenti e ben radicati nelle professioni e nel commercio, gli armeni non erano certo nuovi alle persecuzioni, visto che già dal 1894 al 1896 il sultano Abdul Hamid II aveva condotto una dura campagna di repressione contro di loro, per soffocarne ogni remota velleità autonomista. Ma il Grande Male vero e proprio esplose con la deportazione e l’eliminazione violenta della minoranza armena nel corso della Prima guerra mondiale, ed ebbe il suo culmine quando il controllo del governo della Sublime porta passò nelle mani dei Giovani Turchi.

Laici, modernisti e fieramente nazionalisti, i Giovani Turchi non ci avrebbero messo molto a deludere tutti coloro che speravano in una nuova èra di libertà e tolleranza per le minoranze dell’impero. Per loro la priorità rimase, insieme con la modernizzazione economica e sociale, l’uniformizzazione del paese su base etnica e religiosa, secondo quell’ideologia panturanica che attribuiva alla nazione turca confini ben più vasti di quelli anatolici (il massimo teorico del movimento panturanico moderno, l’ungherese Arminius Vámbéry, sosteneva che “i popoli turchi avrebbero avuto diritto di formare una grande entità politica compresa tra i monti Altai e il Bosforo”). Già dal gennaio 1913, un triumvirato di Giovani Turchi formato da Enver Pascià, Taalat Pascià e Ahmed Jemal aveva cominciato a pianificare nei dettagli la persecuzione delle minoranze dell’impero, prima tra tutte quella armena. Dal 1914, con l’entrata in guerra della Turchia a fianco degli Imperi centrali, ci fu un’accelerazione. “Tra l’aprile e il maggio 1915 – spiega Alberto Rosselli, autore del libro ‘L’olocausto armeno’, di cui a fine gennaio uscirà per Mattioli 1885 una quarta edizione ampliata – i turchi concentrarono i loro sforzi nell’eliminazione dell’élite economico-culturale e dei militari armeni. E il 24 aprile 1915, a Costantinopoli, circa cinquecento esponenti di quell’élite furono incarcerati e uccisi”.

In quella che sarebbe diventata la data sombolo del genocidio fu dato inizio a un massacro indiscriminato. Tra il maggio e il luglio del 1915, gli ottomani, spalleggiati da bande curde e formate da ex detenuti, batterono le province di Erzerum, Bitlis, Van, Diyarbakir, Trebisonda, Sivas e Kharput, allo scopo di distruggere e disperdere le comunità armene. Annunciata da un ordine di deportazione che non era altro che una condanna a morte differita, la pulizia etnica non risparmiò donne, vecchi, bambini, sacerdoti. “Non sia usata pietà per nessuno, tanto meno per le donne, i bambini, gli invalidi… ”, si raccomanderà il ministro Taalat Pascià in un dispaccio al governatore turco di Aleppo, il 15 settembre 1915. Corollari delle deportazioni furono la distruzione sistematica di chiese, monasteri e scuole e la confisca di tutti gli averi delle comunità, considerati senza ombra di ironia “beni abbandonati” da coloro che erano stati uccisi o strappati con le armi alle loro terre (il diplomatico tedesco Max Erwin von Scheubner-Richter calcolò all’epoca che “i profitti derivati all’oligarchia dei Giovani Turchi e ai suoi lacchè dai beni rapinati agli armeni arrivarono a toccare la cifra astronomica di un miliardo di marchi”).

Di uno di quegli episodi di persecuzione – uno dei pochi in cui ci fu un atto di disobbedienza da parte armena – parlò lo scrittore ebreo praghese Franz Werfel nel romanzo “I quaranta giorni del Mussa Dagh” (Corbaccio). Fu pubblicato nel 1933, dopo essere stato concepito sull’onda della compassione provata da Werfel a Damasco, nel 1929, di fronte a ragazzini armeni “profughi, mutilati e affamati, che lavoravano in una fabbrica di tappeti”: quella visione lo aveva convinto che fosse necessario “strappare dalla tomba del passato l’inconcepibile destino del popolo armeno”. Le deportazioni di massa erano organizzate come viaggi verso il nulla, la cui meta finale non poteva che essere la morte. Quei pochi governatori turchi che tentarono di eludere gli ordini in arrivo da Costantinopoli pagarono con la destituzione. Nel luglio 1915, il governatore di Ankara, che si era opposto allo sterminio indiscriminato, fu rapidamente sostituito da un funzionario più sollecito, che seppe meritarsi pienamente la carica quando, nell’estate di quello stesso anno, nella città di Siirt fece uccidere più di diecimila cristiani, tra armeni, nestoriani e greci del Ponto.

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