Disinformatia


Trivelle, l’informazione (e la disinformazione) passa anche da qui

di Marco Affronte  – Eurodeputato Movimento 5 Stelle

Domenica si vota dalla 7.00 alle 23.00. Occorre un documento di identità e la scheda elettorale. Se avete smarrito la scheda, ve ne forniscono subito un duplicato negli uffici elettorali, anche domenica stessa.

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L’Espresso ha, qualche giorno fa, proposto questo articolo per “votare informati” (Referendum Trivelle, 10 cose da sapere per votare informati) Come ogni informazione, l’abbiamo molto apprezzata.

Ma abbiamo deciso di fare un gioco. Con le stesse informazioni, toccando solo gli stessi argomenti, vi riproponiamo il medesimo articolo, scegliendo però una diversa maniera di esporre le notizie. Vi renderete conto da soli di come l’effetto sia parecchio diverso.

LE PAROLE SONO IMPORTANTI.

L’Espresso scrive

1. IL QUESITO. Gli elettori dovranno votare su una questione piuttosto tecnica. Dovranno decidere se i permessi per estrarre idrocarburi in mare, entro 12 miglia dalla costa, cioè più o meno a 20 chilometri da terra, debbano durare fino all’esaurimento del giacimento, come avviene attualmente, oppure fino al termine della concessione. In pratica, se il referendum dovesse passare – raggiungere il quorum con la vittoria del sì – le piattaforme piazzate attualmente in mare a meno di 12 miglia dalla costa verranno smantellate una volta scaduta la concessione, senza poter sfruttare completamente il gas o il petrolio nascosti sotto i fondali. Non cambierà invece nulla per le perforazioni su terra e in mare oltre le 12 miglia, che proseguiranno, né ci saranno variazioni per le nuove perforazioni entro le 12 miglia, già proibite dalla legge.

Noi scriveremmo

1. IL QUESITO. Gli elettori che sceglieranno SI diranno che le piattaforme entro le 12 miglia dalla costa devono rispettare la naturale scadenza delle concessioni loro assegnate, che sono in generale di 30 anni più 20 di proroga. Dunque, 50 anni. Trattandosi di beni pubblici, è normale che le concessioni abbiano una scadenza, altrimenti non sarebbero concessioni ma regali. Gli investimenti, aperti decine di anni fa, erano calcolati già conoscendo la scadenza. Solo recentemente è stata introdotta la possibilità di proseguire l’attività fino al termine degli idrocarburi nel giacimento, cosa che il referendum chiede di abolire con un SI.
Non cambierà invece nulla per le perforazioni su terra e in mare oltre le 12 miglia, che proseguiranno, né ci saranno variazioni per le nuove perforazioni entro le 12 miglia, già proibite dalla legge.

L’Espresso scrive

2. LE REGIONI HANNO GIÀ VINTO. In principio i quesiti referendari proposti dalle Regioni erano sei. Ora ne è rimasto solo uno, visto che nel frattempo il governo ha sterilizzato gli altri con delle modifiche all’ultima legge di Stabilità. I cinque quesiti saltati puntavano a restituire agli enti locali un ruolo rilevante nelle decisioni sullo sfruttamento di gas e petrolio. Ruolo ridimensionato con la legge Sblocca Italia, voluta sempre da Renzi con l’obiettivo di velocizzare i processi autorizzativi nel settore, fra i più lenti d’Europa. Con le modifiche alla legge di Stabilità, insomma, il governo è tornato sui suoi passi restituendo alle Regioni il potere originario.

Noi Scriveremmo

2. LE REGIONI SONO STATE RAGGIRATE. In principio i quesiti referendari proposti dalle Regioni erano sei. Ora ne è rimasto solo uno, visto che nel frattempo il governo ha sterilizzato gli altri con delle modifiche all’ultima legge di Stabilità. Purtroppo tali modifiche non soddisfano affatto le regioni promotrici, né tantomeno i comitati di cittadini e i Notriv. Ma il Governo è stato abile a cambiare in corsa il testo, di fatto dribblando i referendum (che per legge possono solo abrogare testi o parti di testi esistenti).

L’Espresso scrive
3. LE PIATTAFORME INQUINANO? A sostenere che le trivelle in mare sono pericolose per la salute umana e per la fauna ittica c’è un documento pubblicato di recente da Greenpeace . Il rapporto è basato su dati raccolti fra il 2012 e il 2014 dall’Ispra, su commissione dell’Eni, relativi a 34 piattaforme a gas gestite dalla compagnia nell’Adriatico. Nei sedimenti marini e nelle cozze che vivono vicino alle piattaforme sono state trovate, in alcuni casi, sostanze chimiche in quantità superiori ai limiti di legge . A questi dati ha risposto Ottimisti e Razionali, organizzazione che si batte contro il referendum ed è formata da politici o ex politici (come Gianfranco Borghini e il presidente di Assoelettrica Chicco Testa), imprenditori, giornalisti e associazioni per lo sviluppo sostenibile come Amici della Terra. Oltre a ricordare che le cozze della zona, come tutte le altre, sono sottoposte ai controlli delle Asl prima di essere messe in commercio, l’organizzazione mette in luce soprattutto due punti . Primo: i limiti di legge presi a riferimento da Greenpeace valgono per le acque che distano un miglio dalla costa, mentre le piattaforme sono più lontane e sottostanno ad altre soglie. Secondo: nelle sue relazioni l’Ispra conclude sostenendo che non ci sono criticità per l’ecosistema marino legate alle piattaforme.

Noi scriveremmo

LE PIATTAFORME INQUINANO? Sì, le piattaforme inquinano. Non è un’opinione, ma un fatto. A parte il report Greenpeace (http://www.greenpeace.org/italy/it/ufficiostampa/rapporti/Trivelle-fuorilegge/) , a parte il report WWF (http://www.wwf.it/news/notizie/?22160) sono gli stessi rapporti Ambientali di Assomineraria a scrivere che si stanno facendo passi in avanti per ridurre l’inquinamento – cosa che evidenzia che l’inquinamento è una conseguenza insita nel processo di trivellazione. Sia per i fanghi di perforazione che per gli scarti, che per i piccoli incidenti quotidiani che esistono. Negli ultimi venti anni nelle piattaforme italiane ci sono stati oltre 1.300 incidenti: sono dati ufficiali, della Commissione Europea. La questione delle cozze è simbolica, ma non decisiva. A parte quindi i recenti scandali sui mitili per le rilevazioni sostituiti con cozze comprate al mercato (http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/01/scandalo-petrolio-dipendenti-eni-scambiarono-le-cozze-che-monitorano-inquinamento-del-mare-dati-alterati/2600098/), non è quello il punto. Il punto è che di oltre 100 piattaforme in acque italiane non abbiamo nemmeno i dati ambientali: non si prendono neanche la briga di trasmetterli al Ministero, e il Ministero non chiede e non sanziona.

L’espresso scrive
4. INCIDENTI E BANDIERE BLU. Nella storia italiana si ricorda un solo grande incidente. È quello avvenuto nel 1965 al largo di Ravenna, quando la piattaforma Paguro, di proprietà dell’Eni, in fase di installazione saltò in aria causando la morte di tre persone. Non ci furono gravi danni ambientali, visto che il giacimento era di gas. Piccoli sversamenti di petrolio, tuttavia, avvengono spesso dove ci sono attività di estrazione. Lo dice un rapporto del Parlamento europeo , secondo cui solo tra il 1994 e il 2000 nel Mediterraneo (dati specifici sull’Italia non vengono forniti) ci sono stati 9.000 episodi di questo genere rilevati dai satelliti. Per dimostrare che le trivelle non recano danno all’ambiente, le società petrolifere – raggruppate sotto Assomineraria – ribattono con un dato : alle località della riviera romagnola, che ospitano circa 40 piattaforme, l’anno scorso sono state assegnate nove bandiere blu, simbolo del mare pulito.

Noi scriveremmo

4. INCIDENTI E BANDIERE BLU. Negli ultimi 20 anni in Italia ci sono stati oltre 1.300 incidenti, 9.000 nel Mediterraneo. Lo dice un rapporto del Parlamento Europeo che noi abbiamo incrociato con anche altri dati (http://www.marcoaffronte.it/2016/03/17/trivelle-1-300-incidenti-in-20-anni-in-italia/). Nella storia italiana si ricorda un grande incidente, avvenuto nel 1965 al largo di Ravenna, quando la piattaforma Paguro, di proprietà dell’Eni, in fase di installazione saltò in aria causando la morte di tre persone. E’ anche vero che le nostre località ottengono molte bandiere blu, ma sappiamo anche che grande capacità di recupero abbia il mare. E non abbiamo prova del contrario: cioè quante bandiere blu in più avremmo senza trivelle?

L’Espresso scrive

5. GLI EFFETTI: DAL 2018 AL 2034. Secondo il ministero dello Sviluppo economico, al momento nei mari italiani ci sono135 piattaforme e teste di pozzo . Di queste, 92 ricadono dentro le 12 miglia : sono quelle a rischio con il referendum, quindi la maggioranza. Come si può vedere dalla mappa di pagina 29, ad eccezione della Sicilia le altre si trovano tutte nell’Adriatico e nello Ionio. Per sapere quando, in caso di vittoria dei sì, verranno smantellate le piattaforme, bisogna capire come funzionano le concessioni. Questi permessi rilasciati dallo Stato alle compagnie hanno una durata iniziale di trent’anni, prorogabile la prima volta per dieci, la seconda per cinque e la terza per altri cinque. La prima chiusura di una trivella entro le 12 miglia avverrebbe tra due anni, per l’ultima bisognerebbe aspettare fino al 2034, data di scadenza della concessione rilasciata a Eni ed Edison per trivellare davanti a Gela, in Sicilia.

Noi scriveremmo.

5. GLI EFFETTI FRA 15 ANNI. Nessuna trivella chiuderà, anche in caso di vittoria dei sì, il 18 aprile. Anche in caso di successo del referendum, infatti, le concessioni potrebbero essere sfruttate fino al termine del contratto. Le prime trivelle chiuderebbero nel 2018, le ultime nel 2034. Dalle trivelle in oggetto, quelle entro le 12 miglia, l’Italia ricava lo 0,8% del proprio fabbisogno di petrolio annuale e il 2,1% del proprio fabbisogno di gas annuale. Dunque, una frazione trascurabile.

L’Espresso scrive

6. A TUTTO GAS. Dai pozzi situati entro le 12 miglia si estrae soprattutto metano. Secondo i dati forniti a “l’Espresso” dal ministero dello Sviluppo economico, nel 2015 queste piattaforme hanno contribuito al 28,1 per cento della produzione nazionale di gas e al 10 per cento di quella petrolifera. Giacché l’Italia deve importare idrocarburi per soddisfare la domanda di energia, le percentuali crollano se si calcola l’incidenza di queste produzioni sui consumi nazionali. Le trivelle entro le 12 miglia, infatti, nel 2015 hanno contribuito a soddisfare fra il 3 e il 4 per cento dei consumi di gas e l’1 per cento di quelli di petrolio. Fermando progressivamente queste produzioni, l’Italia dovrebbe quindi aumentare le importazioni da altri Stati, alcuni dei quali – come Egitto e Libia – perforano nello stesso Mediterraneo.

Noi scriveremmo.

A TUTTO GAS? Non tanto. Come detto dalle trivelle in oggetto, quelle entro le 12 miglia, l’Italia ricava lo 0,8% del proprio fabbisogno di petrolio annuale e il 2,1% del proprio fabbisogno di gas annuale. Dunque, una frazione trascurabile che in alcun modo avrebbe bisogno di essere rimpiazzata con nuove importazioni. Infatti, come già detto, tale produzione non cesserebbe immediatamente, ma nel volgere di quasi 20 anni. E in questi 20 anni l’Italia – come tutto il Mondo – sarà costretta a ridurre la propria dipendenza dagli idrocarburi, anche in ossequio a quello che è l’accordo uscito dalla Conferenza Mondiale sul Clima di Parigi, la COP21. O pensiamo forse di non fare nulla?

L’Espresso scrive
7. CHI HA PAURA DEL VOTO. A gestire le piattaforme che rischiano di chiudere per via del referendum è soprattutto l’Eni. La compagnia di Stato italiana è azionista di maggioranza di 76 impianti sui 92 totali, mentre la francese Edison ne possiede 15 e l’inglese Rockhopper una. Chi sostiene il no al referendum porta come principale argomentazione quella della perdita di posti di lavoro. Un dato preciso sugli occupati nelle piattaforme offshore entro le 12 miglia, però, non lo forniscono né i sindacati né l’Assomineraria. Quest’ultima dice che in totale l’attività estrattiva in Italia dà lavoro a 10 mila persone, fra diretti e indiretti, che diventano 29 mila se si aggiungono gli addetti dell’indotto esterno al settore. Quanti sono quelli che perderebbero il posto in caso di vittoria del sì? La questione è controversa per via della gradualità delle chiusure, dal 2018 al 2034. Secondo il vicesindaco di Ravenna, Gianantonio Mingozzi, nel distretto della città emiliana alla fine verrebbero a mancare circa 3.000 posti di lavoro rispetto a oggi.

NOI SCRIVEREMMO

CHI HA PAURA DEL VOTO? Nessuno dovrebbe averne paura, tranne forse chi si vede finanziata la campagna elettorale dalle lobby del petrolio. Ricordiamo che Eni, che gestisce la maggioranza delle trivelle interessate (l’altra è la francese TOTAL) NON è più una compagnia italiana in quanto solo il 45% delle azioni è in mano ad azionisti italiani, mentre il 55% delle azioni è in mano straniera. La menzogna del fatto che si perdano posti di lavoro è ormai chiaramente smentita (http://www.marcoaffronte.it/2016/02/13/e-cominciata-la-guerra-ai-notriv/), persino dagli stessi sindacati che segnalano che non se ne perderà neppure uno (http://www.fiom-cgil.it/web/la-fiom/eventi/2984-17-aprile-referendum-contro-le-trivellazioni-perche-si). Senza contare che in tutto il Mondo, dagli USA al Nord Europa, l’economia delle rinnovabili crea molti più posti di lavoro rispetto a quella del petrolio (http://www.repubblica.it/economia/2016/01/16/news/usa_il_solare_produce_piu_posti_di_lavoro_del_petrolio-131427936/) perché la prima è ad alta intensità di lavoro, la seconda ad alta intensità di capitale.

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L’espresso scrive
8. QUANTO INCASSA PANTALONE. Secondo la società di ricerca Nomisma-Energia, la tassazione complessiva a cui sono sottoposte in Italia le società petrolifere è pari in media al 63,9 per cento , un livello «relativamente alto» nel confronto tra i Paesi Ocse. Rispetto alle aziende di altri settori, quelle che estraggono idrocarburi pagano in più le royalties, imposte applicate sul valore di vendita del gas o del petrolio estratto. Succede quasi in tutto il mondo. In Italia le royalties per chi trivella in mare sono però piuttosto basse: il 7 per cento per il gas e il 4 per il petrolio. Nel 2015 tutte le estrazioni, sia su mare che in terra, hanno prodotto un gettito da royalties pari a 352 milioni . La quota delle piattaforme entro le 12 miglia, dice il ministero dello Sviluppo, è stata di circa 38 milioni: la perdita per le casse pubbliche non sarebbe dunque rilevante.

Noi scriveremmo

8. QUANTO INCASSA PANTALONE. Pantalone incassa poco. Nel 2015 TUTTE le estrazioni hanno fruttato appena 352 milioni di euro (cioè: se avessero accorpato il referendum alle Amministrative, con un risparmio di 300 milioni, sarebbe stato quasi uguale). E dalle concessioni entro le 12 miglia, oggetto del referendum, quanto incassiamo? Appena 38 milioni, un numero irrilevante nell’economia di uno Stato. Del resto, a differenza ad esempio del Regno Unito, le royalties che chiediamo alle aziende che prelevano le nostre risorse naturali sono risibili, fra le più basse del mondo.

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L’Espresso scrive.

9. ITALIA RINNOVABILE. Nel confronto europeo, l’Italia è uno dei Paesi che ha spinto di più sullo sviluppo delle rinnovabili. Secondo il Gestore dei servizi energetici (Gse) , nel 2015 le cosiddette fonti alternative hanno contribuito a soddisfare il 17,3 per cento dei consumi nazionali di energia. Il dato è in costante aumento, se si pensa che nel 2004 la quota rinnovabile era del 6,3 per cento . L’Italia ha dunque raggiunto in anticipo l’obiettivo fissato dall’Unione europea, che chiede al nostro Paese di arrivare al 2020 con il 17 per cento di energia prodotta da fonti rinnovabili. I critici, però, mettono in evidenza due aspetti. Il primo è che l’obiettivo italiano è poco ambizioso, dato che altri Paesi dell’Ue puntano molto più in alto e alcuni (Svezia, Islanda, Norvegia) ricavano già più del 50 per cento dalle rinnovabili. Il secondo punto è che il governo Renzi, avendo ridotto gli incentivi per le fonti verdi, non sta spingendo sufficientemente per lo sviluppo sostenibile.

Noi scriveremmo

9. ITALIA POTENZIALMENTE RINNOVABILE. Dopo un decennio, anche grazie agli incentivi, di buona crescita il settore delle energie rinnovabili è stato stroncato dalle politiche del Governo Renzi (http://www.repubblica.it/economia/2015/11/24/news/cop21_legambiente_contro_il_governo_renzi_ha_affossato_le_rinnovabili_-128068810/). E certo non è che godessimo di una posizione di leadership, come ci hanno fatto credere: “http://www.marcoaffronte.it/2015/12/01/da-renzi-numeri-a-caso-su-clima-ed-energia/Sappiamo bene che gli obiettivi UE sono poco ambiziosi, e anche quelli della COP21 non ci garantiscono di salvare il Pianeta. Ma almeno proviamoci, e per farlo il voto al SI è il primo passaggio.

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L’Espresso scrive.
10. ECCO CHI TRIVELLA IN EUROPA. L’Italia non è l’unico Paese a trivellare in mare. Secondo gli ultimi dati disponibili (2010) della Commissione europea, nelle acque della Ue nel 2010 c’erano quasi 900 piattaforme . La maggior parte, 486, si trovano nel Regno Unito. Segue l’Olanda con 181, l’Italia con 135, la Danimarca con 61. Staccati di gran lunga tutti gli altri, con meno di 10 impianti l’uno: Germania, Irlanda, Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Polonia. Paesi a cui si potrebbero presto aggiungere, visti i piani annunciati dai rispettivi governi, anche Croazia, Malta e Cipro. Poi ci sono altri Stati del Mediterraneo che trivellano in mare, come Egitto, Libia, Algeria e Israele.

Noi scriveremmo.

10. ECCO CHI TRIVELLA IN EUROPA. La Croazia ha fermato i suoi piani per nuove trivellazioni, e il Ministro dell’Ambiente francese ha appena chiesto una moratoria per fermare TUTTE le trivelle in acque francesi, in un piano per il Mediterraneo che potrebbe coinvolgerci in futuro. Secondo gli ultimi dati disponibili (2010) della Commissione europea, nelle acque della Ue nel 2010 c’erano quasi 900 piattaforme . La maggior parte, 486, si trovano nel Regno Unito. Segue l’Olanda con 181, l’Italia con 135, la Danimarca con 61. Staccati di gran lunga tutti gli altri, con meno di 10 impianti l’uno: Germania, Irlanda, Spagna, Grecia, Romania, Bulgaria, Polonia. Si può approfondire qui: http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/13/trivelle-come-funziona-nel-resto-della-ue-norvegia-al-top-per-produzione-e-tasse-in-francia-moratoria-sui-permessi/2630515/.

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