Morire di delocalizzazione


Il tessile di Prato e il dilemma dell’integrazione con i cinesi il Sole 24 Ore – 10/08/ 2012

PRATO – Per capire la trasformazione economica di Prato non servono numeri e tabelle: basta andare nel Macrolotto 1, l’area industriale a sud della città che accoglie 600mila metri quadrati di capannoni, a lungo vetrina e vanto dell’imprenditoria tessile locale.

prato_macrolotto01Qui, dove fino a dieci anni fa c’erano le più belle fabbriche di tessuti e filati del distretto, oggi regnano decine e decine di aziende cinesi di “pronto moda” che sfornano abiti e magliette a prezzi stracciati, possibili solo perché dietro quelle produzioni – che possono fregiarsi dell’etichetta made in Italy – c’è un sistema organizzato di illegalità (lavorativa e fiscale) da far invidia ad Al Capone.   Il Macrolotto 1 è lo specchio a due facce di un cambiamento epocale in corso in uno dei distretti più antichi, più importanti e più studiati d’Italia che, ancora nel 2001, dava lavoro a 38mila persone e fatturava quasi cinque miliardi di euro. Ma da un decennio abbondante l’industria tessile, che a Prato è un po’ come l’aria da respirare, è avvitata in una crisi subdola e perversa.  […]

 

Il distretto parallelo a Prato del pronto moda – Il Sole 24 Ore – 20/10/2008

assedio-cinese-207x308Due miliardi che ogni anno sfuggono a qualsiasi controllo, un’economia parallela che si è trasformata in un modello di strategia. Il distretto parallelo cinese del pronto moda a Prato è ora raccontato in un libro di Silvia Pieraccini “L’assedio cinese“, edito da Il Sole-24 Ore.
Diciotto anni fa, quando nel distretto tessile di Prato gli immigrati cinesi aprirono i primi laboratori per cucire abiti di bassa qualità, pochi se ne curarono. Oggi quest’area-simbolo del manifatturiero europeo si ritrova “in casa” un vero e proprio distretto cinese di abbigliamento “pronto moda”, che lavora e cresce a ritmi inimmaginabili per l’economia italiana. Tutto questo grazie soprattutto al fatto di poter contare su manodopera clandestina e al mancato rispetto delle norme che regolano l’attività d’impresa.
È un polo produttivo che non conosce programmazione né marketing, e che si mantiene “parallelo” al distretto tradizionale pur operando nella stessa filiera e ha ormai raggiunto numeri da capogiro, ricostruiti nel libro-inchiesta di Silvia Pieraccini attraverso confronti di dati e incastri di testimonianze: 2.700 aziende, 17.000 addetti, 1,8 miliardi di giro d’affari, per oltre la metà sommerso.
Un “paradiso” fiscale che fa invidia al Liechtenstein e a San Marino, e che ora rischia di diffondere il virus dell’illegalità al tessuto imprenditoriale locale. Il distretto cinese di Prato è «l’esempio più eclatante e più sconcertante di assedio al manifatturiero italiano con armi sleali», scrive Pieraccini ed è la fabbrica più portentosa di moda “Made in Italy” fatta dai cinesi.
Nel distretto “parallelo” cinese di Prato non ci si infortuna (nel 2007 le denunce di cittadini cinesi sono state due); non ci si iscrive come lavoratori al sindacato (Cgil e Cisl non hanno neppure un associato orientale) né, come imprese, alle associazioni di categoria (un solo iscritto all’Unione Industriale, poche decine alle associazioni artigiane); si lavora alle dipendenze dei laoban (i proprietari) solo per pochi mesi (appena il 7% dei contratti dura più di due anni) e si interrompe il rapporto sempre per dimissioni volontarie, anche quando l’azienda chiude i battenti, avvenimento quest’ultimo molto frequente: sei imprese su dieci muoiono nell’arco di un anno, facendo schizzare il tasso di turn over delle aziende cinesi al 60% (quello delle imprese italiane è del 15,7%).

 

I grandi marchi al governo: «Alibaba protegge il falso» – Corriere Economia – 16/06/2016

L’assenza di un rappresentante della presidenza del Consiglio all’incontro delle associazioni con un top manager di Alibaba manda su tutte le furie Sistema Moda, Indicam e Federlegno. […]

Fu Yixiang: «L’Italia coi cinesi sarà hub del Mediterraneo» – Lettera43.it – 25/03/2015

Quando si parla di investimenti cinesi in Italia, un nome ricorre spesso sull’asse Roma-Milano: Fu Yixiang. Nei circoli diplomatici e d’affari, il vice presidente della camera di commercio italo-cinese è considerato una figura centrale per lo sviluppo dei rapporti tra Roma e Pechino. […]

D. “Capitalismo di relazione”. Fino a qualche anno fa i rapporti tra Roma e Pechino non erano così solidi, poi si è aperta un’autostrada per i capitali cinesi. Cosa è cambiato?
R. Sono successe due cose importanti. La prima è che dal nostro punto di vista, l’Italia ha toccato il fondo e questo ha aperto importanti possibilità di investimenti. La seconda è stata la visita che Matteo Renzi ha fatto a Pechino.
D. Cosa vi ha convinto del premier?
R. Ha dato un forte segnale alla business community cinese, facendo capire che l’Italia è pronta a cambiare sulla giustizia, sulla fiscalità e sulle cose che interessano agli imprenditori. Ha dato l’idea che l’Italia sta facendo i suoi passi per accogliere gli investimenti esteri. (NDR tipo alzare il livello massimo di contante a 3000 euro…)
D. Quali sono i settori di produzione che interessano maggiormente gli investitori cinesi?
R. Sicuramente il know how, la tecnologia, cosa che l’Italia ha e i cinesi non hanno. ChemChina ha comprato Pirelli proprio per il suo know how sulle gomme speciali. […]

 

Alibaba (Cina): “Prodotti contraffatti meglio degli originali” – WallStreetItalia.it – 15/06/2016

“I prodotti contraffatti? Meglio degli originali”. A dirlo e’ il fondatore di Alibaba, Jack Ma, lasciando intendere così la difficoltà di fermare il fenomeno dei falsi. Per il numero uno del portale cinese di e-commerce, i falsi made in China sono ormai migliori dei pezzi dai quali prendono spunto. “E’ che i falsi oggigiorno sono di migliore qualità, e a un prezzo migliore, rispetto agli originali” ha detto ieri Ma, in occasione della presentazione dei dati di bilancio del gruppo.
Per l’imprenditore, l’origine di questa situazione e’ dovuta alla scelta dei grandi marchi globali di portare in Cina e in altri paesi la produzione. In questo modo, gli impianti locali hanno acquisito la tecnica e la capacità di produrre in maniera autonoma prodotti che vanno dalla moda alla tecnologia. Questo e’ stato il primo passo per poi a iniziare a vendere direttamente il prodotto, senza passare per il detentore del marchio. Il problema, ha riconosciuto, se una volta, in sostanza, il mercato del falso danneggiava il detentore del marchio originale immettendo anche prodotti di bassa qualità sul mercato, ora la competizione avviene sui modelli di business, visto che le aziende del falso “usano gli stessi siti produttivi e gli stessi materiali” delle aziende originali, “ma non il loro nome”. […]

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